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Spigolature amare 2 Odissea nello strazio ancora sugli italiani in vacanza… E
lo sappiamo benissimo. Le vacanze per noi Italiani sono sacrosante.
Magari abbiamo debiti da ogni parte, cambiali che scadono, rate di mutui
non pagate dall’Era Quaternaria, canoni di affitto in attesa di
pagamento dove i proprietari degli immobili vanno ad ingrossare una
specie di Jurassic Park, amministratori di condominio che attendendo il
pagamento delle quote diventano come Matusalemme oppure defungono
improvvisamente con la bolletta in mano, e via dicendo. E mentre il
pane, la pasta, la carne ed il pesce ormai si comprano in gioielleria,
due patate costano come due orecchini di brillanti, le banane attendono
ormai un monumento commemorativo, gli spinaci di Braccio di Ferro sono
purtroppo ammuffiti sui banchi dei mercati, i maiali festeggiano in
fantastici pasti pantaguelici, perché tanto la produzione di prosciutti
e derivati vari si è quasi arrestata, i conigli prolificano a dismisura
abbandonandosi ad orge sfrenate ed i polli si danno ad una pazza gioia,
in quanto hanno scoperto che i veri polli siamo noi. E si potrebbe
proseguire questo elenco ma non avrebbe forse fine. Quello che invece ha
avuto la sua fine è il nostro portafogli, dove ormai imperano le tele
dei ragni, assieme a qualche foto di parenti, ascendenti o discendenti,
mentre le carte di credito ed i bancomat ce li portiamo finti, in
fotocopia, perché tanto quelli veri o non possono servirci più perché
i soldi sono finiti da un pezzo, oppure ce li hanno già clonati. Mentre
quegli euro che avevi investito sulle tue vacanze sono già stati
divorati dalle fauci delle agenzie turistiche che ti hanno organizzato
il viaggio o il soggiorno in hotel, hai qualche euro nei calzini che
potrà servirti per comprare un panino o qualche altra cosa che possa
zittire il brontolìo del tuo stomaco. L’unica cosa vera rimasta nel
tuo portafogli, e non sempre, è un documento di identità, così se
dovessi crepare in vacanza sarà almeno possibile il rientro della
salma, a spese di chi non si sa. Ma nonostante tutto questo, noi diciamo
no. Alle vacanze proprio non possiamo rinunciare, a nessun costo.
Diciamo che servono per i bambini. Menzogna spudorata, perché in
vacanza ci vogliamo andare noi e i bambini sono una scusa ormai
obsoleta. A parte quelli, e non sono pochi, che rimangono in città,
fanno scorte alimentari, danno incarico agli amici di spedire cartoline
comprate chissà dove in città e preventivamente firmate con tanto di
saluti, staccano il telefono e spengono il cellulare. Poi si tappano in
casa per far credere di essere in vacanza. A costo di vivere al buio con
le tapparelle serrate e vedere e sentire la televisione con le cuffie
per non farsi sentire dai vicini. Rischio comunque contenuto, visto che
anche i vicini, o sono partiti davvero, o fanno come loro. Bene allora,
come l’anno scorso, rimettiamoci in viaggio, su un treno, un aereo, un
pullman, un’auto, una moto, una bicicletta, un carretto, un
monopattino, dei pattini a rotelle, un cavallo, un asino o qualsiasi
cosa che possa anche lontanamente somigliare ad un mezzo di trasporto
che ti porti via, altrove. Anche quest’anno, tu scegli il mare (chissà
perché, visto che ti fa venire il nervoso), sali sull’auto ed allora
imbocchi quel nastro di asfalto che ti porterà alla mèta agognata. Il
luogo della tua vacanza. E se l’anno scorso hai davvero penato per
arrivare, non immagini nemmeno, stavolta, che ti attende l’inferno
dantesco. IN
AUTOSTRADA Eccoti
dunque, con piglio eroico, al volante del tuo macinino che, visti i
costi, non hai fatto controllare dal tuo meccanico di fiducia. Già: o
paghi il meccanico, che solo per aprire il cofano motore si prende 50
euro, o vai in vacanza, non c’è alternativa. Hai fatto solo
sostituire olio motore e filtro olio ed hai montato da solo il filtro
dell’aria, pregando Dio di non averlo montato alla rovescia. Hai
ficcato in pratica il tuo capoccione nel cofano motore dell’auto,
cercando di capirci qualcosa ma non hai notato nulla di strano.
Comunque, ti raccomandi al Signore ad ogni chilometro che non ti si
sfasci qualcosa o che l’auto, che in ogni caso cigola da tutte le
parti, ormai stanca e sfinita, non si apra improvvisamente in due come
una cozza e decida di spirare sul momento. Parti
molto presto, al mattino, sperando di arrivare altrettanto presto al
casello autostradale. Vana e pia speranza. Ci arrivi, al caselIo
dell’autostrada, Ma ci arrivi con le lacrime agli occhi, dopo oltre
due ore di fila, sotto i raggi dardeggianti di un sole che ti sembra più
rovente del solito, assieme a tantissimi altri, in auto cariche come
fossero autotreni, con famiglie dalla faccia disperata come la tua. Ti
guardi nello specchietto interno dell’auto e non ti riconosci: sembri
una porchetta, un maialino al forno con un limone in bocca. E gli altri
che ti circondano, nelle loro auto stracariche, non stanno meglio di te.
In un’auto accanto alla tua, c’è una donna che urla come una pazza
in quanto vorrebbe che il marito accenda l’aria condizionata della
macchina, ma lui non vuole ed urla più di lei, perché con il
condizionatore acceso la macchina ha meno potenza e consuma di più. Ma
allora, ti chiedi, perché si è comprato una macchina con l’aria
condizionata? Però lo comprendi e lo giustifichi, perché pensi che
anche tu hai l’auto con l’aria condizionata, ma non l’accendi mai,
per gli stessi motivi dell’uomo urlante di prima. Però hai anche
paura che se accendi il condizionatore, si sfasci qualche altra cosa
nella tua ormai vecchia auto. Sospirando, volgi lo sguardo in avanti,
sperando di vedere il casello autostradale, ma nulla. Solo dopo pochi
secondi ti accorgi che c’è un cartello con su scritto che il casello
è ancora a due chilometri. Non sai se piangere o urlare, ma alla fine
non fai nessuna delle due cose. Accendi la radio e ascolti musica, che
esce gracchiante dagli altoparlanti ormai vecchi e con le membrane
ridotte a buccia di cipolla. E aspetti che la fila si muova, mentre tre
corsie più in là vedi sfrecciare auto, perlopiù di grossa cilindrata,
che vanno come il vento. Certo: è la corsia riservata al Telepass, il
sistema di pagamento elettronico. Ti chiedi perché non hai comprato il
Telepass pure tu, ma la risposta nella tua mente arriva secca e veloce:
e che ci fai con il Telepass, tu che non vai mai in autostrada e
oltretutto costa abbastanza? Già. Quindi zittisci i tuoi pensieri e
speri di arrivare in qualche modo al casello. E guardi intorno a te,
macchine cariche ed attrezzate per il mare: vedi ciambelle di
salvataggio, paperelle di gomma, braccioli, materassini ripiegati, e chi
più ne ha più ne metta. Qualcuno ha un rimorchio con gommone, un altro
una barchetta. Ma c’è un altro che ha a rimorchio una specie di
Titanic, un vero transatlantico, che dovrebbe passare come trasporto
eccezionale, altro che barca. Forse ha una famiglia molto numerosa. Come
Dio vuole, alla fine arrivi al casello dove ritiri il tagliando e
cominci a viaggiare, finalmente, Per fortuna hai scelto di viaggiare in
un giorno dove i mezzi pesanti sono fermi. Meglio, pensi. Da un lato si,
ma da un altro no. Perché c’è sempre qualche deficiente che crede di
essere Michael Schumacher e se sei sulla corsia di sorpasso a 130 Km/h
ti arriva dietro minimo a 180 Km/h e comincia a lampeggiarti con gli
abbaglianti quando è ancora a un chilometro da te. Ed immancabilmente
il deficiente arriva. E’ una Mercedes nera. Con un sorriso beffardo
pensi di non spostarti e che rallenti il pazzo dietro di te, se non
altro per rispettare i limiti di velocità. Ma quando il folle con gli
occhiali scuri che intravedi dallo specchietto retrovisore, con gli
abbaglianti impazziti arriva quasi ad azzannarti il paraurti posteriore,
ti invade il senso di responsabilità: se qualcuno davanti a te frena
d’improvviso, anche tu devi frenare, ed allora quel matto dietro di te
sicuramente ti tampona, ed oltre a venire a vedere di che colore è la
tua tappezzeria, causerebbe poi una più che probabile reazione a
catena, con una serie di scontri che potrebbero portare ad una vera
tragedia. Allora lentamente ti sposti sulla corsia di marcia, mentre il
pazzo ti sorpassa urlando e facendoti i gesti più scurrili che tu
conosca, ai quali, ovviamente, non manchi di rispondere. Ed in modo
molto poco cristiano, speri che si vada a sfracellare da solo contro
qualche guard-rail e ci lasci le penne. Lui da solo, però. O che almeno
lo becchi un autovelox. Ce ne sono, in autostrada, ma sempre troppo
pochi. Così come poche sono le pattuglie della Polizia Stradale che
incontri sul percorso. Comunque si continua ad andare, con il sole che
non ti da tregua ed il caldo è ormai soffocante. Ma ora sei più
tranquillo, hai percorso più di 200 Km. e la tua auto non ha ancora
dato segni di scompenso. Ad un tratto, scorgi da lontano dei
lampeggianti blu: una pattuglia della Polizia Stradale ferma sulla
corsia di emergenza. Anche se sei a 120 Km/h, rallenti, non si sa mai,
potrebbe esserci un autovelox mobile che se rileva una velocità errata,
sei fritto. Ed in effetti ecco l’autovelox. Ci passi davanti a 90
Kh/h, così come tutti gli altri. E ti auguri che quell’autovelox
abbia beccato il pazzo di prima in Mercedes. Vabbè, prosegui, guardi
l’orologio e cominci a preoccuparti, perché sono le ore 12.30. Lo
stomaco brontola e devi fermarti a mangiare qualcosa. E senti anche un
leggero bisogno fisiologico. E ti ritorna in mente quello che succede
negli autogrill verso quell’ora. Vero, ti eri dimenticato. Soprattutto
nelle toilettes. Allora decidi di fermarti alla prima stazione di
servizio che troverai. In un autogrill, ovviamente. Ma memore di
quell’esperienza allucinante, come detto soprattutto nelle toilettes,
prima decidi di trovare una piazzola di sosta, che arriva qualche
chilometro più avanti. Metti la freccia e ti fermi nella piazzola.
Scendi dall’auto, sgranchendoti un po’. Con una certa circospezione,
fai il giro dell’auto e ti metti dalla parte del guard-rail. Ti guardi
intorno sperando che non ti veda nessuno, soprattutto qualche pattuglia
della Stradale che vedendo quello che stai per fare, non si fermi per
arrestarti per oltraggio al pudore. Quando pensi che sia così, ma non
saprai mai se qualcuno abbia visto, decidi di espletare lì il tuo
bisogno fisiologico. Proprio lì, fra l’auto ed il guard-rail. E ti
senti molto più sollevato e soprattutto svuotato, Rientri in auto, ora
devi mangiare. Ancora una ventina di chilometri. Ed ecco l’autogrill,
ci siamo. Stai per entrare nel mondo della disperazione e degli affamati
cronici. DI
NUOVO ALL'AUTOGRILL Nello
stesso momento in cui entri nel piazzale dell’autogrill, ti accorgi
che nulla è cambiato. Lo stesso identico Inferno Dantesco. Scorgi
subito, sulle scale che portano all’interno dell’autogrill, un
serpentone di persone in fila, con il volto disperato che attendono di
entrare. Pensi che forse Minosse, il demone guardiano dell’Inferno di
Dante stia facendo il suo lavoro, quello dello smistamento dei dannati
nei vari gironi, avvolgendo la sua coda tante volte quanti sono i gironi
che l’anima dannata dovrà scendere. E dopo mezz’ora per trovare un
buco di parcheggio, mezz’ora trascorsa dicendo litanie irripetibili,
scendi dall’auto e puoi constatare che è proprio così. Certo,
all’entrata non c’è Minosse, ma un suo sostituto umano, molto
grosso e senza coda, però molto somigliante al Minosse dantesco, che
smista la gente con ampi gesti delle braccia: chi verso le intasatissime
toilettes, chi verso il bar-ristorante. Pensi che per quanto riguarda le
toilettes, hai fregato il Minosse umano, ma non per quello che riguarda
il mangiare. E mentre ti metti in coda, sotto un sole terribile, dopo un
bel po’ arrivi all’entrata dell’autogrill, proprio davanti a
Minosse. Da lì scorgi l’entrata delle toilettes, che si trovano al
piano di sotto, dove si scende attraverso delle intasatissime scale. E
sei lì, appoggiato al parapetto a gustarti la scenetta. Eccoti dunque
ad osservare il primo girone dell’inferno dantesco. E ti accorgi che
proprio nelle toilettes è scoppiata una vera e propria battaglia: donne
in fila e uomini invece più veloci, ma anche bambini e soprattutto
bambine che hanno anche le loro esigenze fisiologiche. Ed allora bambini
nel bagno degli uomini, qualche bambina pure con accompagnamento ovvio
della mamma, scatenando le proteste degli uomini e di altre donne che
non vogliono saperne di entrare nel bagno degli uomini, giustamente.
Addirittura il bagno per i piccolini e la zona fasciatoio viene presa
d’assalto. E come se non bastasse, un’altra tegola precipita ad
aggravare la situazione. Arriva un pellegrinaggio di brasiliani, tutti
con un foulard giallo-oro al collo con tanto di bandiera brasiliana
stampata. E ora scoppia un’altra grana, quella della lingua. Nessuno
conosce il portoghese, che è la lingua parlata in Brasile. Quindi, fra
urla di disperazione e di gente che se la stava facendo addosso,
qualcuno, fra cui Minosse, ha pensato di esprimersi nel linguaggio
internazionale: quello dei gesti. E non stai qui a raccontare come quasi
tutti facevano capire le proprie esigenze. Bastino tre esempi: una donna
ha fatto il gesto di tirarsi su la gonna ed ha fatto “psssss”. Un
uomo ha messo il pollice sul suo pube ed ha tirato fuori il mignolo. Un
altro uomo saltellava e lamentandosi faceva pure lui “psssss”. Una
cosa da incubo. Una bambina ha pensato bene di entrare nella camera
fasciatoio per neonati e farla in un pannolino di fortuna. Cose
assolutamente autentiche, ma da “gag” cinematografica. Finalmente,
Minosse ti concede di entrare nel bar ristorante, dove preghi che vi sia
meno ressa. Mentre l’aria condizionata mette a serio rischio il tuo
apparato respiratorio, ti rendi conto che la preghiera è rimasta
inascoltata dal buon Dio. Eccoti giunto al secondo girone dell’inferno
di Dante. Alle casse ci sono due file chilometriche di persone che
attendono di arrivare davanti alle cassiere. E quando ci arrivano sembra
che abbiano visto la Madonna. E dopo aver pagato e con lo scontrino in
mano, si lanciano nella mischia davanti ai panini dove si incrociano
ordinativi vari, spintoni, parolacce e dove impera la più assoluta
maleducazione. Il mio regno per un panino, pensi parafrasando Riccardo
III d’Inghilterra. Ma lui aveva un regno e tu no, e lui chiedeva un
cavallo, mentre tu un semplice, povero panino. Visto l’andazzo, decidi
allora di recarti al piano superiore, dove c’è il ristorante.
Sperando di trovare meno confusione. Anche qui vana speranza: c’è in
effetti meno ressa, ma l’affollamento è totale. Decidi comunque di
entrare nel terzo girone di questo inferno dantesco. (segue al prossimo aggiornamento) |