Qui pubblichiamo le ultime notizie e gli ultimi studi provenienti dai vari Priorati dell'Ordine in Italia. Oggi, cominciamo con un lavoro sviluppato dal Priorato del Piemonte, del quale pubblichiamo la prima parte. Seguirà poi la seconda parte ed altri studi e notizie provenienti dal Priorato di Calabria e Lucania e dal Priorato del Lazio

DAL PRIORATO DEL PIEMONTE

Prima parte

La nostra ricerca sull'Ordine in Piemonte è una ricerca complessa sotto molti aspetti per tre motivi principali:
  1. La storia di questo territorio è legata a  doppio filo con quella del territorio francese e quindi va analizzata in contemporanea alla storia della Francia;
  2. La parte documentale è quasi totalmente assente, anche se non crediamo che tutto sia andato perso, ma che buona parte di documentazione si trovi presso collezioni private ed all'estero, particolarmente in Germania (dove, con varie vicissitudini, finì l'archivio dei Monferrato) o nella stessa Francia.
  3. Architettonicamente parlando, anche laddove la tradizione popolare attribuisce o attribuiva costruzioni alla proprietà dei Cavalieri del Tempio praticamente nulla è rimasto, quasi tutto è stato raso al suolo e distrutto e quindi si può procedere solo con deduzioni ed intuizioni che sovente si scontrano con quanto asserisce la storiografia ufficiale che però tiene conto solo di alcuni aspetti in base alle "pezze" di appoggio recuperate, e questo sistema ha però dei grossi limiti in quanto non tiene conto che: 1° la storia la scrivono i vincitori per ovvi motivi dal loro punto di vista e per motivi politici, e 2° che la storia non è fatta di episodi a sè stanti, ma cresce e si nutre su un sottostrato che è costituito da fatti, sentimenti, tradizioni, intrighi e quant'altro concatenati tra di loro  che certamente non vengono scritti, ma nondimeno sono il vero fattore scatenante di determinate scelte. Questo avveniva, avviene tutt'ora (basti osservare con occhi attenti quanto succede in ogni parte del nostro martoriato mondo) e probabilmente avverrà in futuro, perchè così ha sempre agito l'uomo.
Un esempio per tutti: da qualche mese a questa parte si è diffusa la convinzione che Ugo de Payns, primo Gran Maestro dell'Ordine, sia originario di un paese del sud Italia, portando in appoggio a questa teoria un documento originale del 1469 che però è una copia di un altro documento che non c'è più. Occorre tener presente che il fatto che il documento sia del 1469 non significa necessariamente che sia autentico, sovente le nobili famiglie inventavano genealogie per dare prestigio alla propria casata, era una prassi comune. E anche se si potesse risalire al documento primitivo non è detto che sia autentico, sarebbe come affermare che tutto quanto viene scritto oggi lo è, dai diari personali, ai romanzi che si rifanno a "verità" storiche, ma che sono comunque romanzi di fantasia, ai bilanci "truccati" di cui sono piene le cronache giudiziarie ecc. ecc. Con questo non intendiamo nemmeno dire che l'ipotesi non sia plausibile, tutt'altro, ma solo che nemmeno il documento può essere la base d'appoggio unica su cui costruire  certezze.
A questo proposito vorremmo citare una teoria alternativa,  cioè che Ugo di Payns sia nato in Piemonte, e precisamente nel Monregalese, a Mondovì, in una casa che si trovava in via Beccaria nel quartiere Borgoletto, e che si vede ancora in una foto in bianco e nero. La casa fu demolita nel 2000, ma è rimasta in piedi la chiesetta  che oggi è sconsacrata ed adibita a studio tecnico. Il cognome Peano è diffusissimo in zona, ed occorre tener conto della pronuncia franco-provenzale che caratterizza la zona ove Peano si pronuncia Pèén. L'etimologia di Peano ci riporta sia a  Pagus, pagano, villaggio, sia a paean, peana, paian o paianos che stanno per canto in onore di Apollo, per colui che respinge il male o che guarisce "con la bacchetta", paion soccorritore, guaritore.
Lasciando da parte i campanilismi che sono ininfluenti riguardo alla nostra ricerca, l'ipotesi di un Ugo originario di Mons Regalis, Monte Regale, antico nome di Mondovì, è, a parer nostro, una ipotesi che merita un approfondimento in quanto siamo in un territorio particolare, dove francese, anzi, provenzale d.o.c. e piemontese convivono dal medioevo e sono territori in cui ancora oggi vivono e convivono etnie discendenti dagli antichi occitani e catari e qui arsero i primi fuochi italiani di orribile memoria relativi alla strage perpetuata a danno dei cosiddetti eretici. Si ricorda, tra gli altri, il 15° Gran Precettore di Italia, Guglielmo da Novi detto "il Provenzale", e soprannominato anche  Rolando, e Rolando deriva sicuramente dall'Occitano Roland che sta per "gloria della nazione, del Paese, Eroe". 
Cercando notizie su sant'Evasio, patrono di Casale di cui parleremo dopo, apprendiamo che Mondovì ha una frazione denominata Carassone (come non pensare a Carcassonne?) in cui si trova una chiesa romanica sconsacrata dedicata a sant'Evasio, costruita nell'XI secolo, ed una cappella dedicata alla Madonna delle Vigne, come quella che si trova nell'omonima frazione di Lucedio.

Veniamo ora a Santa Maria del Tempio, frazione di Casale Monferrato, ove si trovava una "domus" Templare che comprendeva  una "cassina" ed una Commenda, oltre alla Chiesa. In due dei pochi documenti emersi viene indicata la "cassina" come "hospitalis", e tale ospedale, ed anche la Precettoria dell'Ordine, avevano importanza fondamentale essendo situati in un luogo di notevole passaggio in quanto la pianura Casalese rappresentava lo sbocco naturale verso la Lombardia dalla sponda destra del Po che in età romana era percorsa da una strada lungo la quale si allineavano allo sbocco sul fiume gli itinerari pre-romani dell'entroterra ed in corrispondenza dei guadi  gli insediamenti alto-liguri e gli insediamenti romani antichi. Sappiamo che gli "Hospitalis" servivano per la sosta ed il ristoro dei pellegrini e che si trovavano lungo le principali vie di pellegrinaggio e quindi Santa era strategicamente posizionata su una di queste vie.

Il territorio di Santa Maria del Tempio era praticamente tagliato in due da una linea di confine denominata a volte "fossalone" ed a volte "cerca", che iniziava da Paciliano (San Germano) ed aveva la funzione di separare la giurisdizione del comune di Casale in epoca medievale dai territori attigui ad est di Casale: Paciliano, Borgo San Martino, Ticineto, Frassineto. Proprio a cavallo di tale fossato si trovava la Commenda di Santa Maria del Tempio con le sue ragioni.

Da documenti da noi reperiti nella biblioteca di Casale Monferrato, ed in particolare dalla fotocopia di una incisione del 1700 circa  che si riferisce all'assedio di casale del 1695 con lo schieramento degli eserciti, abbiamo visto che Santa Maria del Tempio era un forte eletto dal Generalissimo Eugenio Duca di Savoia come suo quartier generale ed aveva forma quadrangolare con i quattro angoli che sporgevano in fuori in forma triangolare. Il cuore antico di Casale denominato "la cittadella" era a forma esagonale ed aveva una tripla cinta di mura sempre esagonali disposte come se ruotassero una attorno all'altra.  Anche il castello era racchiuso da una triplice cinta di forma esagonale.

La costruzione della chiesa di Santa Maria del Tempio è anteriore al 1130, se consideriamo che l'Ordine fu ufficialmente costituito nel 1119 e la Regola approvata nel 1128, ne deduciamo che i Templari in questa zona erano presenti ancora prima della costituzione ufficiale dell'Ordine. Ora abbiamo una testimonianza dello storico Vincenzo de Conti che nell'anno 1840 scrive: "Ivi Facino Cane nel 1403 trasportando da Alessandria le reliquie di Sant'Evasio le depositò finchè fosse all'ordine il ricevimento..." E qui inizia una storia non proprio molto chiara. Perché? Lo spieghiamo subito. Stiamo parlando delle reliquie del "misterioso" Sant'Evasio.  Abbiamo cercato notizie su questo episodio consultando libri e testi nonché i martirologi, ma tutto ciò che abbiamo trovato è una grande confusione e nessuna certezza. Rimane il fatto che la "tradizione" tramanda il martirio di San Evasio in località Pozzo, ove tutt'oggi si trova una fonte, ad opera di un ariano che gli tagliò la testa di netto con la spada. Fatto stà che il nostro san'Evasio fu "decollato" come un San Giovanni di antica memoria, ed a proposito di San Giovanni Battista è utile ricordare che a Santa Maria di Lucedio era conservato un suo braccio "dono" degli Aleramici che lo avevano "recuperato" in Terra Santa insieme ad una Croce fatta con parti della Vera Croce. Attualmente queste preziosissime reliquie fanno parte del "tesoro" del Duomo di Casale.

Comunque nel 1215 gli alessandrini, con l'aiuto dei vercellesi, milanesi e tortonesi,  pensarono bene di "sottrarre" le reliquie del Santo, ma non solo, si rubarono pure le reliquie dei santi Natale e Proietto. Ma le ossa, per quanto sante, non bastarono agli alessandrini che si appropriarono anche  di un ricco bottino. Occorre tener presente che tra Casalesi ed Alessandrini non correva buon sangue da quando i   Vignalesi, con un atto di alto tradimento,  vendettero il marchese di Monferrato per una cifra molto grande per l'epoca  alla città di Asti. Così i nostri alessandrini fuggono con le sacre reliquie di un sant'Evasio di cui non troviamo traccia, e con quelle di san Proietto e Natale e il ricco bottino, non solo, si appropriano indebitamente pure di un gallo ed un angelo di ottone che si trovavano sulle cuspidi dei due piccoli campanili ai lati della facciata del duomo di Casale. Le due curiose banderuole "quibus dignoscuntur ventorum ortus" vennero poste sui pinnacoli più alti della cattedrale di Alessandria. Il furto fu particolarmente "sentito" tanto  è vero che il giorno della festa di Sant'Evasio a Casale si offrono galletti di pastafrolla per compensare quello di ottone che non c'è più. Inoltre sant'Evasio secondo il martirologio viene datato al 1° dicembre, ma Casale lo festeggia a metà novembre, guarda caso il giorno di San Martino di Tours.

Nel 1403 il condottiero monferrino Facino Cane con un colpo di mano, approfittando delle discordie tra guelfi e ghibellini, riesce ad impadronirsi di Alessandria, a recuperare le sacre reliquie e l'immancabile "bottino". Non solo: il preziosissimo e bellissimo crocifisso che rappresenta il Cristo trionfante all'interno del duomo di Casale fu "prelevato", probabilmente per compensare gli "interessi", dal duomo di Alessandria e da allora ha trovato la sua sistemazione in quel di Casale.

Il carro trionfale "magno apparatu et pompa" partì da Alessandria il 21 settembre (equinozio di autunno!) e giunse a Casale il 7 di ottobre dopo aver sostato a Borgo San Martino, feudo del Facino Cane, ed a Santa Maria del Tempio. Si approntarono grandi festeggiamenti mentre il nostro San Evasio sostava in quel di Santa. Quando il carro ripartì alla volta di Casale due ali immense di popolo lo scortarono preceduto da tutta la nobiltà in testa, ma ci pare quantomeno singolare la sosta a Santa Maria del Tempio, spiegabile solo con la grande importanza che rivestiva questo luogo oppure con la necessità di "traslare" in segreto qualcosa.

Tutta questa vicenda ci ricorda un altro episodio su cui stiamo indagando da tempo, e cioè il trafugamento, sempre con un colpo di mano, delle spoglie di San Nicola ad opera di un manipolo di ardimentosi tra cui pare vi fossero dei cavalieri non meglio identificati ed i cui nomi sono stati occultati. Crediamo che il "recupero" di queste reliquie in realtà celi altro, sicuramente un recupero, ma quale ne sia la natura può solo essere oggetto di supposizioni, e sicuramente il rientrarne in possesso  era prioritario, al punto da rischiare il tutto per tutto. All'interno del Duomo di Sant'Evasio si possono ammirare ancora oggi dei mosaici databili tra l' XI ed il XIII secolo e che in origine erano collocati nel vano del presbiterio. Tali mosaici, non ancora completamente decifrati, anzi, a nostro modesto avviso quasi per nulla, sono andati in gran parte persi ma, forse, ci possono rivelare molto e sono oggetto di studio da parte nostra ed a breve lo esporremo. Crediamo che come il mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto potranno fornirci una "lettura" molto interessante.

A questo punto, prendendo momentaneamente per buona l'ipotesi di un "reperto" di notevolissima importanza sorgono alcune domande: chi, quando, come e perché.

Abbiamo cercato delle tracce nella storia di questa Terra, del Monferrato e del Piemonte in generale, ed abbiamo trovato che la stirpe dei Monferrato, originata dal leggendario Aleramo, in realtà pare discenda dai Merovingi, almeno stando alle ricostruzioni dinastiche. Aleramo estese i propri domini grazie all'intervento dello suocero Berengario II (ne aveva sposato la figlia Gerberga) che gli concesse le marche di Ivrea, Torino e della Liguria. La sua dinastia proseguì con Oddone figlio di Aleramo e con Guglielmo V consuocero di Amalrico I, Re di Gerusalemme e genero di Federico di Barbarossa di cui aveva sposato la figlia Sofia.  Guglielmo VI, per ricompensa alle campagne in Siria, ottenne in sposa Sibilla, sorella del Re di Gerusalemme. Suo fratello Corrado I°, signore di Tiro, si oppose al Saladino, battendolo ed ottenendo in cambio la liberazione del padre, fu l'eroe della presa di San Giovanni d'Acri e divenne anche lui Re di Gerusalemme, ma cadde vittima di una congiura ordita contro di lui, pare, da Guido di Lusignano. Corrado sposò Isabella figlia di Maria Comnena Paleologa della famiglia degli imperatori di Bisanzio, sorella del Re di Gerusalemme Baldovino IV.

Corrado ed Isabella hanno una figlia, Maria del Monferrato, che sposa l'anziano Giovanni di Brienne e dalla loro unione nasce una figlia, Violante, che diventa la sposa di Federico II Hohenstaufen di Svevia e dal loro matrimonio nasce Corrado IV che sarà a sua volta re di Gerusalemme dal 1243.

Intanto Maria Comnena Paleologa, vedova di Amalrico I, si risposa con Baliano d'Ibelin, fratello di Giovanni di Brienne e signore di Casalbagliano  di Alessandria capostipite dei Bagliani, Bagliano di Alessandria.

A un certo punto, e Vi risparmio gli intrecci dinastici, si fondono anche con i Savoia. Nonostante la soppressione dei Merovingi ad opera dei Carolingi, il "Sangue Reale" continuò a diffondersi  grazie alle donne di dinastia Merovingia che andarono in spose ai nobili di tutte le maggiori casate per cui il loro sangue iniziò a scorrere nelle vene dell'aristocrazia per tutta l'Europa. Abbiamo quindi un intreccio continuo di Merovingi con il Monferrato, con il regno di Gerusalemme e con l'Europa intera. Non ci pare utopistico dedurre che "qualcosa" di molto importante sia transitato e "celato" nelle nostre zone di antica e cavalleresca memoria. Ma c'è ancora un ulteriore legame...quando San Francesco si recò a Damietta, in quel momento lì si trovò con Giovanni di Brienne, sposo di Maria del Monferrato e fratello di Ibelin, signore di Casalbagliano di Alessandria. Che Francesco si sia presentato vestito di stracci al sultano Makuk ak Kamil  ci appare francamente inverosimile, ma potrebbe esserci stato "scortato" da chi gli Arabi li conosceva bene ed era da loro rispettato. E chi, se non i Templari? Sappiamo che questa affermazione pare assurda, ma, a nostro modesto avviso, lo è molto meno di quanto appare. Su San Francesco stiamo conducendo un lungo studio e presto Ve ne renderemo partecipi, basti dire che abbiamo trovato negli archivi di Terra Santa dell'Ordine Francescano un articolo interessante che è alla base di una grande mostra tenuta a Milano: "Terrasanta. Dalla Crociata alla Custodia di Terra Santa".

In questo articolo è scritto che   c on un breve papale inviato al Patriarca di Gerusalemme (che risiedeva a San Giovanni d’Acri)  il quale il Papa autorizzava i Frati Minori a impiantarsi in oriente con la costruzione di conventi e di oratori, le fonti dell’epoca informano sull’esistenza di conventi dei Frati Minori prima del 1291 a Acco, Tripoli, Sidone, Tiro, Antiochia, e Giaffa, dove San Luigi IX fece costruire loro un convento e una chiesa nel 1252/53, e a Gerusalemme, dove il convento abbandonato viene sicuramente indicato nel 1294 da fra Ricoldo da Santa Croce percorrendo la Via Dolorosa: "E ivi appresso (dopo la Quinta Stazione) si è un luogo di Religiosi che fu dei Frati Minori".

Le successive sconfitte crociate seguite dalla caduta di Asdud nel 1265, di Antiochia e di Jaffa nel 1268, di Tripoli nel 1289, e di Acri nel 1291, vengono ricordate nelle cronache dell’Ordine per i frati che vi persero la vita. Un frate minore fu decollato a Asdud dopo aver accompagnato al martirio duemila cristiani, quattro frati minori furono decollati dopo la presa del castello di Safed in Galilea insieme a tutti i cavalieri Templari nel 1266, due conventi furono distrutti a Antiochia, frati furono uccisi a Tripoli, altri 14 furono messi a morte a Acri (oltre a 74 clarisse).

Quello che meraviglia nel racconto di questi fatti tragici di guerra, sono i rapporti "amichevoli" intercorsi prima, durante e dopo, tra le autorità musulmane e i Frati Minori.

Il caso più singolare è quello di Fra Fidenzo da Padova, superiore della provincia d’Oltremare negli ultimi anni della presenza crociata sulla costa palestinese. Durante il concilio di Lione del 1274 al quale partecipò, Papa Gregorio X gli chiese di scrivere un trattato per la riconquista della Terra Santa. Nell’opera si parla della caduta del castello di Safed e della morte di quattro dei suoi frati che egli aveva inviato come cappellani ai Cavalieri Templari.

Ci pare molto significativo questo perchè nell'Ordine i Cappellani che esercitavano all'interno delle Precettorie potevano solo essere Templari loro stessi e questo apre tutta una serie di interrogativi, ma al tempo stesso fornisce una ragionevole spiegazione del perchè San Francesco abbia potuto recarsi presso il Sultano e ritornare incolume. Ma che cosa ci andò a fare Francesco dal Sultano? Noi crediamo che andò a "recuperare" qualcosa, se ci riuscì o meno nessuno può dirlo,  per la verità pensiamo di si, ma questo ci porterebbe lontano dal presente lavoro. I motivi per cui abbiamo dato una risposta affermativa alla domanda sono lunghi e complessi e comunque saranno esposti non appena avremo terminato lo studio su San Francesco che, come Gesù, fu bel lungi dall'essere edulcorato che ci hanno propinato.

Ora una curiosità che però fa riflettere: sapete come si chiamava nella zona di Novi il grande fazzoletto che si usava per conservare il pane fresco, ma che nella tradizione popolare è anche simbolo di provvidenza? si chiamava e si chiama mandilon o mandylion.....

Fine della prima parte

Seconda parte

Lucedio: una indagine nel mistero…

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Principato di Lucedio, il complesso dell'Abbazia (clicca per vedere l'immagine ingrandita)

LucedioColonnaPiangente.jpg (49935 byte) Principato di Lucedio. La Colonna Piangente

Terra di Piemonte, “Ai piè del monte”, termine molto recente per indicare dei territori ai piedi della catena alpina che hannodelle peculiarità intrinseche legate alla geo-morfologia del suolo e delle acque. Tutti conoscono Torino e la sua “fama” legata alla Sacra Sindone, il Telo “dell’Uomo”ed alle varie triangolazioni su cui sono stati scritti centinaia di libri. Molto meno, se non di nome, si conoscono le altre città di questa laboriosa regione, ed in particolare Asti, Alessandria, Novara e Cuneo  ed i misteri a loro collegati.

Ne parleremo un po’ per volta in modo da offrire un quadro a 360°, e parleremo in particolare di una zona, il Monferrato, una zona bellissima, il “Suol d’Aleramo”.

…..io fui tra i primi

con Voi gridando al vento e sul fragore

de l’armi, il grido che vale prodezza,

che vale onore, cortesia, larghezza,

il grido che squillò vittoria dove passaste

e ch’io per la posterità legai a sirventese

in vostra gloria e faccio risquillare:

Monferrà!

(Rambaldo de Vaqueiras 1160-1207)

Descrivere il Monferrato a chi non lo conosce è impresa ardua, e non dal punto paesaggistico, ma animico, perché è un territorio particolare che ancora pulsa delle imprese di Tiro e Gerusalemme, dei canti  dei trovatori, dei “fedeli d’Amore”, di Rambaldo e di Beatrice, ma che ora “dorme” per sottrarsi al degrado spirituale che lo attraversa perché non ha dimenticato il significato di “onore, cortesia, prodezza”. Quando percorriamo le colline e le vallate, in qualsiasi stagione dell’anno, con il sole o con la nebbia, con la pioggia o con la neve, anche quando la coltre di nebbia è fitta ed umida e trasuda acqua, l’odore della terra, la sua storia, le lacrime ed il sangue ci vengono incontro. Ove posi lo sguardo è tutto un esplodere di chiese, di castelli, di torri, di misteri, di “masche” e di “settimini”, di “demoni” e di “santi”, di fonti e di leggende,  di “opposti” e di “complementari”.E il grande Aleramo, il capostipite che  gettò  il seme in questa terra, ha vinto la morte stessa e riposa un sonno senza età a Grazzano, nel monastero da lui fondato nel 961, ed è proprio dal documento della fondazione che apprendiamo la paternità di Aleramo, il suo doppio matrimonio, la morte del figlio di primo letto Guglielmo e l’esistenza in vita di altri due figli. Dalla prima moglie, di cui è  ignoto il nome, nacquero Guglielmo, Oddone ed Anselmo, dalla seconda, Gerbera, non risultano figli, quindi le numerose linee dei Monferrato traggono origine dal figlio Anselmo della prima moglie.

Intanto una curiosità: il Monferrato è diviso in due zone, il Basso e l’Alto Monferrato, solo che, geograficamente parlando, sono “inverse” nel senso che quello che viene definito “Alto” in realtà è la parte bassa e viceversa. Questo ci può già dare la misura della particolarità del territorio. Che starà a significare? Di primo acchito ci viene di rispondere che la realtà non è quella che appare, che è “inversa”, e che ciò che è “Bianco” in realtà è “Nero” e ciò che è “Nero” in realtà è “Bianco e questo ci riporta a un concetto gnostico di antica memoria. Nel “Basso Monferrato” che poi in realtà è quello alto, si trova un luogo che ai più è sconosciuto, ma che gli amanti del mistero nostrano ben conoscono, e questo luogo è Lucedio. Il toponimo, alquanto singolare e unico, è attestato fin dal 904, anche se l’abbazia di Santa Maria di Lucedio fu fondata nel 1123 su terreni donati dal marchese Ranieri di Monferrato. Che dire di queste terre…sono soprannominate “Terre d’Acqua” quando, allorché le risaie sono allagate, pare di vedere il mare, anzi, la laguna. Eppure, nonostante la bellezza particolare del paesaggio che per sua natura dovrebbe essere particolarmente rilassante, un che di inquieto pervade chi si appresta a percorrere i sentieri delle “grangie”. Grangia significa letteralmente “granaio” ed ogni grangia era una unità a sé stante con case coloniche, chiese, magazzini, ove i conversi vivevano e lavoravano bonificando i terreni circostanti; l’abate aveva il proprio monaco di fiducia,  il “granciere” a cui affidava l’incarico di presiedere al tutto. Santa Maria di Lucedio aveva sei grange: Montarolo, Montarucco, Leri, Castelmerlino, Ramezzana e Darola. Darola, per gli estimatori dell’horror, è legata a doppio filo con S.M. di Lucedio, e basta farsi un breve giro sul posto per rendersene conto. Ma ogni cosa a suo tempo….Torniamo alla nostra abbazia. Quando apprendemmo dei fatti, anzi, dei misfatti che si svolsero all’interno di questo luogo sacro immediatamente ci ritornò in mente un film di qualche anno fa, “I diavoli” di Ken Russel con Oliver Reed e la bravissima Vanessa Redgrave,  film che quando uscì diede adito ad un grande scalpore per l’epoca (eravamo nel 1971) e che raccontava di un caso clamoroso  di possessione diabolica di cui rimasero vittime le suore  Orsoline. Uno scrittore inglese, Aldous Huxley, si occupò a lungo di questa storia consultando e studiando tutte le fonti disponibili e nel 1952 pubblicò un libro “The Devils of Loudun” in cui raccontava  che un certo padre Barrè venne chiamato a Loudun per esorcizzare le suore coinvolte, ma il demonio “Asmodeo” era penetrato nel ventre della priora del convento ed a nulla valsero i suoi tentativi. Anche a Santa Maria di Lucedio accadde un fatto simile: torniamo indietro nel tempo. Siamo nel 1684 ed iniziano gli orrori…nella grangia di Darola, di cui abbiamo parlato prima, vi erano delle novizie domenicane che ogni notte venivano tormentate dal Demonio e continuamente tentate, tanto che si arrivò, come a Loudun, alla possessione vera e propria. Ma le novizie, indotte dal Diavolo, corruppero i monaci di Lucedio che, a dire il vero, non dovettero opporre molta resistenza in quanto era già iniziato da parecchio tempo il decadimento della Regola e si era smarrito l’originario Spirito che rifulgeva all’interno dell’Ordine. A questo punto iniziò per Lucedio un periodo orribile poiché i monaci si abbandonaro ad ogni perversione e si narra che all’interno del piccolo cimitero di Darola si svolgevano orge e riti diabolici che culminavano con sacrifici umani. Ogni genere di angheria venne perpetuato ai danni della popolazione e nella cripta la perversione e la crudeltà raggiunsero livelli inimmaginabili tanto che nel 1948 si raccontava ancora una filastrocca: “Lucedio è un Principato/L’acquitrino è sterminato/Lacrima versata/ la colonna n’è schizzata/ sangue innocente dalle vene della povera gente/ capo mozzato/ il tempio è abbandonato/ son tanti i segreti/ li avean messi i preti.” Una antica profezia racconta che a Lucedio sarebbe stata eretto un grande tempio inneggiante  a Satana e che una  colonna dell’Abbazia  della “Stanza del Giudizio” sigillava una “Porta dell’Inferno”. Ed è proprio all’interno della cripta ove venivano effettuate le efferatezze e le torture di cui sopra che  una colonna  "piange”. Tale colonna è stata oggetto di diversi studi per questa sua caratteristica e pare che il fenomeno sia da attribuire alle particolari proprietà di capillarità  della pietra che assorbe acqua dal terreno per poi “trasudarlo” all’esterno. Ad ogni modo una, e solo una, ha questa particolarità. La leggenda continua con le mummie di alcuni abati decapitati (leggende celtiche?) posti a perenne guardia di questo accesso agli “Inferi” su troni di pietra disposti in cerchio. Ma, a percorrere questi luoghi, pare che gli abati non siano riusciti nel loro compito. Cattedrale di Satana, dicevamo….scorrendo un articolo apparso su un giornale locale, “Il Monferrato”, leggiamo: Ad esempio si nota come la stessa chiesa di S.M. venne costruita a sud del complesso, contrariamente a come si faceva solitamente. A nord sarebbe stata più protetta dai venti e l’illuminazione solare per le cerimonie mattutine sarebbe stata ottimale. Ricordandoci la classica pianta a forma di croce delle chiese, costruire con l’ingresso a sud era come disegnare una croce capovolta.”. Queste poche righe fanno parte di un più vasto articolo e l'autore non fornisce spiegazioni riguardo alla posizione della chiesa, cioè se l'attuale differisca da quella antica, di cui non resta quasi più nulla, oppure se si trovi sempre nella medesima posizione.  Per quanto ci riguarda, nelle chiese medievali che abbiamo visitato, e sono molte, ove si sono mantenute le caratteristiche dell'epoca l'ingresso era generalmente collocato ad ovest e l'altare a est, a simboleggiare il cammino verso la Gerusalemme celeste. E' vero che in fase di restauro molti ingressi sono stati modificati, alcuni chiusi ed altri aperti sull'asse nord-sud, cosa che si può rilevare, ove possibile, dalla muratura che reca chiari segni di chiusure laterali. Non abbiamo sufficienti elementi per ritenere che questo sia il caso di Lucedio inglobata all'interno di una struttura che serviva all'alloggiamento della grande massa di contadini che lavoravano la terra, ma la coltivazione del riso fu introdotta in queste zone dopo il 1400 ad opera dei cistercensi, in precedenza ci pare che Santa Maria di Lucedio avesse delle filiazioni, anche in Oriente, ma non ancora "grange" pur se i monaci provvedevano al disboscamento ed alla bonifica dei territori. Ci riesce francamente difficile ritenere che i cistercensi abbiano fondato una cattedrale a Satana, a meno che, se fosse vera la totale inversione cardinale, questo non sia da imputare a quanto abbiamo detto all'inizio, e cioè che pur essendo situata a nord del Monferrato in realtà la zona è indicata anche nella cartografia ufficiale come "basso Monferrato" e viceversa, e che quindi un rovesciamento del territorio imponga anche un rovesciamento degli ingressi. Tiglieto, Staffarda e Lucedio furono in assoluto le prime fondazioni cistercensi in Italia quando l'Ordine era in piena fioritura grazie all'astro splendido che fu Bernardo, uomo di elevatissima caratura morale e profondo conoscitore delle Sacre Scritture. Una cosa del genere non avrebbe potuto sfuggirgli per nessun motivo, e se corrispondesse al vero l'inversione della posizione della chiesa crediamo che questo sia da imputare a profonde e gravi motivazioni date anche dalla conoscenza di determinati documenti che Bernardo aveva avuto modo di far tradurre e studiare, documenti recuperati dai Templari duranti gli scavi sotto il Tempio di Salomone. Non abbiamo trovato nessuna ragione storica che ci chiarisca il perchè di questa incongruenza, e allora, ammesso e concesso che così sia, tutto viene "rovesciato".Il perchè e il come contribuiscono ad infittire ulteriormente il tutto, ma continueremo a cercare di comprendere per amore della verità, qualunque essa sia.

Della costruzione originale oggi rimangono solo  la torre ottagonale e la cripta. Si parla anche di un fiume sotterraneo, il Lino, che “ufficialmente” nessuno ha mai visto, certo però ci domandiamo come mai gli abitanti della zona sono chiamati in loco “Trapulin” che significa tra il Po ed il Lino….Nell’antichità era pratica consueta costruire luoghi di culto su corsi d’acqua sotterranei in quanto si riteneva che questa sviluppasse   particolari energie ed a tale scopo venivano chiamati dei sensitivi che captavano la presenza di queste falde, e per quanto riguarda il Lino si dice che scorra nel vecchio corso, che oggi è sotterraneo, del fiume Dora, ma potrebbe essere uno dei tanti fiumi ipogei di cui tutta la zona è ricca. Già, terre d’acqua…fontanili, risorgive, fiumi sotterranei, acqua nelle risaie…

Ed ora veniamo al toponimo Lucedio. Da dove derivi nessuno lo sa, possiamo solo tentare delle congetture. Innanzitutto ci pare di aver capito che con il termine Lucedio si indicava la zona e proviamo ad analizzarlo insieme:

Luc potrebbe stare per lucus, bosco, in genere si intendeva bosco sacro, ma sacro a chi? Continuiamo: dal dizionario etimologico apprendiamo che dio=deus, dieus, divo dalla radice ariana div che significa risplendente, luminoso, e poi Deus e Dios Diovis Jòvis che sta per Giove e Djuno Diana....nome della Luna personificata come divinità, quindi potrebbe indicare un bosco sacro agli dei risplendenti luminosi,  alla Dea risplendente, ma Diana nello stesso dizionario etimologico viene indicata come Luminosa e la fanno corrispondere a Lucifero. Se analizziamo in altro modo abbiamo Luce, dal latino Lucem, lux e deus dio divo risplendente, luminosa che è poi la stessa definizione di Venere-Lucifero che nell'antichità le veniva attribuito perchè portatore di Luce, infatti Venere è l'ultima stella a ritirarsi al mattino e la prima ad apparire la sera. Quindi, ad ogni modo, ritorniamo allo stesso significato etimologicamente parlando. Quando Venere appare si appella anche Vespero e si recitano i vespri (dal latino vesperus). Quindi potremmo dedurne due significati: 

1) bosco sacro ad una divinità risplendente, una divinità di Luce (Giove, Diana, Dioniso, Venere, ved. voc.) 

2) luce risplendente, luminosa e torniamo a Venere, la portatrice di Luce, e quindi a Luci-ferus  che apporta luce.

A leggerla letteralmente tutta interpretiamo “Luce di Dio”, o “Dio di Luce”  Lucifero? Il “portatore di Luce”? O meglio, gli antichi identificavano Venere con Lucifero, e quindi sarebbe il caso di interpretare portatrice di luce. Torniamo a Lucifero-Satana: Lucifero è il portatore-portatrice di Luce, Satana è Satan l'avversario, l'oppositore, l'accusatore e solo dopo l'esilio di Babilonia gli Ebrei, influenzati dalla teologia di Zoroastro, gli dettero il carattere di genio del male o Ahriman, nome del principe dei demoni, lo spirito tentatore, il diavolo. Certo è che a leggere la scritta sopra l’ingresso, “Principato di Lucedio”, si rimane  alquanto perplessi. Vediamo un po: nel 1784 Papa Pio Vi emette il decreto di soppressione dell’abbazia che passò con altre grange all’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro, quindi a Napoleone durante la dominazione francese che lo donò a suo cognato, il Principe Borghese, nel 1807, che però lo cedette nel 1818 ad una società composta dal Marchese Giovanni Gozani di San Giorgio, dal Marchese Francesco Benso di Cavour e da Luigi Festa. Ma nel 1822 la società si scioglie e unico proprietario rimane il Marchese Gozani di San Giorgio antenato dell’attuale proprietaria che a sua volta vende nel 1861 al Marchese Raffaele de Ferrari Duca di Galliera. Personaggio molto particolare questo Duca tanto che abbiamo trovato negli Atti Parlamentari del Regno  del 27 dicembre 1876 una sua commemorazione che ricorda, tra i molti meriti, l’investitura che ricevette da Sua Maestà e cioè il “Predicato di Principe di Lucedio”. Noi, da ignoranti di cose nobiliari, pensavano che il titolo di “Principato” derivasse dalla donazione di Napoleone a suo cognato, il Principe Borghese. E invece lo troviamo citato come “attributo di merito” per le molteplici attività svolte al Duca di Galliera.  Per completezza riportiamo una breve parte del testo:

“…Le due Camere del Parlamento decretarono al Duca di Galliera solennissime azioni di grazie: il Re ne scrisse il nome nell’Albo dè suoi cugini, i Cavalieri del supremo Ordine dell’Annunziata, e gli aggiunse eziandio il predicato di Principe di Lucedio.” Parrebbe, a leggere, che sia diventato Principe di Lucedio in virtù dei suoi meriti. E principe di una grangia… mah, ci pare abbastanza strano tutto questo, a meno che Lucedio non rivestisse un'importanza particolare o strategica, ma ovviamente continuiamo a congetturare perchè occorrerebbe una investigazione seria su questo Duca che teneva così tanto a questo luogo al punto di intitolare un molo di Genova, completamente rifatto con i suoi quattrini, molo di Lucedio. Due furono i moli che finanziò a sue spese: uno porta il suo nome, molo Galliera, e l'altro quello, appunto, di Lucedio. Comunque alla sua morte il titolo di principe  ed i terreni vengono rifiutati dal figlio e passano al nipote,  Andrea Carega Bertolini che nel 1937 a sua volta cede la proprietà al Conte Cavalli d’Olivola, padre dell’attuale proprietaria, la Contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvatori di Wiesenhoff. Ora i proprietari sono Conti, ma si mantiene il nome Principato di Lucedio. Il tutto offre una immagine, unita al resto, a dir poco inquietante…se, come detto prima, molti fanno risalire Lucedio a Lucifero, il titolo di Principato è alquanto equivoco, richiamando immediatamente alla mente il Principe delle Tenebre. Non desideriamo lanciarci in discussioni esoteriche sulla distinzione tra Lucifero, Satana & C. in quanto è innegabile che tutta la zona è percorsa da un fremito strano, cupo, pesante, che ti alita sul collo, ti avviluppa in strane sensazioni. Inoltre proprio davanti a Lucedio si trova la ex centrale atomica di Trino, ora convertita, ed anche questo contrasto contribuisce ad incupire ulteriormente il tutto. Il 10 settembre 1784 Papa Pio VI emise un decreto che soppresse l’abbazia contenente accuse di satanismo, eresia e quant’altro. I frati furono incarcerati o dispersi, ma l’alone malefico non si disperse…aleggia su tutto. Le carrozze listate di nero  giungevano  da Torino, di notte, e i contadini vociferavano sottovoce di riti magici, infernali, di “diritti” su ragazze  “vergini”,  si ritiravano all’interno delle abitazioni e si segnavano in silenzio  sperando che la notte  passasse in fretta. Oggi le carrozze sono sostituite dalle auto che giungono sempre dal capoluogo e basta andare all’indomani di qualche data particolare per rendersene conto. Ma la leggenda più “strana”, a nostro modesto avviso, è quella legata alla “Regina di Patmos” e di cui esistono diverse versioni. Ve ne raccontiamo una: La foresta planiziale era fitta, intricata,  e ricopriva tutto. In mezzo a questa foresta la Regina di Patmos, incinta,  correva disperata ed ansante per sfuggire al padre che la inseguiva, ma un giorno fatale lui la vide e stava per raggiungerla quando Lei, presa dalla disperazione,   fece un incantesimo ed immediatamente la terra si aprì ed un grande fossato iniziò a scorrere impedendo all’uomo di raggiungere la figlia. Si dice che il fossato sia l’attuale fosso o cavo della Regina che scorre tra Montarucco e Montarolo. La Regina morì e fu sepolta con suo figlio in una cappella sulla costa di Montarucco, altri dicono a Montarolo dove sorse poi l’attuale chiesa della Madonna delle Vigne, collegata, pare, da sotterranei alla vicina Lucedio, ed i monaci si recavano a pregare sulla Sua tomba ogni anno il giorno dei morti. Un’altra versione parla di un sarcofago all’interno dell’abbazia di Lucedio ove riposa la Regina di Patmos con il proprio figlio morto prematuramente e si vuole collegare questo episodio agli Aleramici e più precisamente alla conquista di Costantinopoli da parte di Bonifacio, marchese di Monferrato, che nel 1204 durante la quarta crociata, catturò l’imperatore Alessio III e sua moglie l’imperatrice Eufrosina e li portò prigionieri a Lucedio ove Eufrosina morì e si ritiene che sia lei la Regina di Patmos. Tentiamo ora di analizzare il mito a più livelli partendo da un presupposto, e cioè che ogni mito conserva un “cuore” che contiene alcune “perle” di saggezza e mantiene una verità, ma per arrivarci occorre estrapolarle dal contesto fiabesco e sviscerarne il significato.Tutte le versioni di questa leggenda hanno in comune “Regina” , “Patmos” e un figlio di giovane età. . Patmos è l’isola ove San Giovanni scrisse, in esilio,  l’Apocalisse. Giovanni è rappresentato da un’aquila,  l'aquila che già al primo batter d'ali si eleva alle vertiginose altezze del mistero trinitario: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio". Ma quasi tutti ignorano che Giovanni aveva anche altri attributi, veniva raffigurato con in mano un calice da cui spuntavano dei serpenti. Normalmente si attribuisce questo ad un'altra leggenda, e cioè che Giovanni ricevette dal sacerdote del tempio di Diana ad Efeso una bevanda avvelenata alla quale sopravvisse dopo averla bevuta, ma noi, perdonateci, non siamo di questo avviso, ma riteniamo che anche da questo episodio allegorico occorra estrarne l'essenza che è ben diversa, e rileggere il tutto con altri occhi, ma torniamo alla nostra Regina. La "Regina" di Patmos, la Regina di Giovanni potrebbe essere Maria, Maria è la Regina degli Apostoli. A questo punto ci ricordiamo che nell'Apocalisse di parla di una donna e andiamo a leggere:

1Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle. 2Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto. 3Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; 4la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato. 5Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono. 6La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

7Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, 8ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. 9Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. 10Allora udii una gran voce nel cielo che diceva: "Ora si è compiuta
la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, poiché è stato precipitato l'accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte. 11Ma essi lo hanno vinto per mezzo del sangue dell'Agnello e grazie alla testimonianza del loro martirio; poiché hanno disprezzato la vita fino a morire.
12Esultate, dunque, o cieli, e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è precipitato sopra di voi pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo".

13Or quando il drago si vide precipitato sulla terra, si avventò contro la donna che aveva partorito il figlio maschio. 14Ma furono date alla donna le due ali della grande aquila, per volare nel deserto verso il rifugio preparato per lei per esservi nutrita per un tempo, due tempi e la metà di un tempo lontano dal serpente. 15Allora il serpente vomitò dalla sua bocca come un fiume d'acqua dietro alla donna, per farla travolgere dalle sue acque. 16Ma la terra venne in soccorso alla donna, aprendo una voragine e inghiottendo il fiume che il drago aveva vomitato dalla propria bocca.

17Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a far guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. 18E si fermò sulla spiaggia del mare."

Ecco che ritroviamo gli elementi dell'Apocalisse nella nostra leggenda: la donna incinta, la sua fuga, il parto del figlio, l'inseguimento da parte di Satana e la voragine che si apre nella terra. E' curioso e quantomeno inquietante trovare qui, in questo territorio, l'ambientazione della battaglia finale dell'Apocalisse, la valle di Giosafat, specialmente unendo il tutto alle accuse di satanismo, alle messe nere, ai rituali magici che venivano e vengono effettuati. Della sua morte e di quella del figlio non ci è dato  sapere nulla, nè quando si verificò, nè l'età che aveva il figlio al momento della morte. Ora consideriamo anche un'altra ipotesi anche se l'una non esclude necessariamente l'altra, tutt'altro.. Allora…il marchese di Monferrato potrebbe aver “recuperato” qualcosa a Costantinopoli, o comunque in Terra Santa, o forse “qualcosa” che una volta si trovava in Terra Santa, ma che potrebbe essere stato “traslato” in altra terra. Tutte le leggende insistono sulla “Regina” e sul “Figlio” e sulla fuga di questa Regina per scampare ad una triste sorte. Ma analizziamo la storia, quella autentica per quanto possibile, e ne troviamo tracce negli scritti dell’Ordine Cistercense e nel martirologio. Quando era marchese Bonifacio, abate di Lucedio era Pietro II e suo braccio destro il beato Oglerio di Trino. Pietro II ed Oglerio svolsero insieme  numerose e importanti missioni: su incarico di Papa Celestino III ripianarono le controversie sorte tra il Vescovo di Tortona ed i Templari, per conto del successore Innocenzo III riappacificarono Parma e Piacenza, riformarono il Monastero di Bobbio, appianarono le discordie tra i monaci ed i canonici di San Ambrogio di Milano e tra il Vescovo di Genova e il Capitolo della sua cattedrale, compirono una ambasciata in Armenia e nel 1202 predicarono a Trino la IV crociata di cui uno dei capitani era Bonifacio del Monferrato. La crociata fallì perché i veneziani la sfruttarono per il proprio tornaconto, ma Bonifacio fu insignito del titolo di Re di Tessaglia e l’abate Pietro II venne eletto Vescovo di Ivrea e poi Patriarca di Antiochia. Già, perché Pietro II  accompagnò nel 1202 il marchese Bonifacio alla quarta crociata e nel 1204 fece parte del gruppo dei dodici personaggi che elessero l’imperatore latino di Costantinopoli. In un articolo a cura del prof.  Walter Haberstumpf pubblicato sul Bollettino del Monferrato. viene sviscerata in modo approfondito la presenza di Bonifacio in Oriente considerato ardito, coraggioso, abile politico e deprecabile barbaro predatore di reliquie. Tornando ai fatti del 1204 egli era a capo delle milizie che distrussero la città depredando e distruggendo fornendo all’Oriente Ortodosso “l’immagine incancellabile di un Occidente sopraffattore ed empio” . Non ci addentriamo ora nella disamina della crociata in quanto la nostra attenzione è posta sulle reliquie che Bonifacio “prelevò” in Oriente. Si dice che nel 1204 Bonifacio si insediò nel Bucoleon , un complesso monumentale di Costantinopoli, e che trafugò un frammento della  Vera Croce e la testa o il braccio di San Giovanni Battista, li donò all’abbazia di Lucedio ove furono custoditi fino al 1479 anno in cui “migrarono” alla cappella del castello di Casale Monferrato e di cui rimane traccia nella “Cronica del Monferrato” di Benvenuto Sangiorgio E perché erano riposte (le reliquie) in un luogo (Santa Maria di Lucedio) dove non si prestava debita riverenza ed onore, l’anno MCCCCLXXIX furono ridotte e collocate nella rocca della città di Casale, e riposte nel sacello di essa rocca, dove sono tenute e conservate colla meritata venerazione e culto”. Ma della cappella e del suo prezioso contenuto all’interno del castello si è persa ogni traccia…E questa la storia…ora possiamo solo lanciarci con la fantasia…dunque…abbiamo delle reliquie provenienti dall’Oriente, abbiamo i Templari che annoveravano tra le loro file parecchi Aleramici e che erano sicuramente presenti oltre che nel Monferrato anche in Oriente, abbiamo l’Abate di Lucedio, Pietro II,  che li conosceva bene al punto da essere nominato dal Papa per redimere delle diatribe tra loro ed i Vescovi, abbiamo una Regina, Patmos, un Re e un bimbo. Inoltre le leggende parlano dei frati che si recavano a pregare a Montarolo sul posto ove fu sepolta questa regina e dove oggi si trova la chiesa della “Madonna delle Vigne”. Inoltre è sempre presente il “precipizio, il fossato che divide in due la zona” e permette alla nostra Regina di mettersi in salvo dal Padre. Perché il padre la volesse “catturare” e cosa fosse successo nessuno lo sa. Accantonando il discorso reliquie proviamo a interpretare in altro modo questo mito, e lo facciamo riallacciandoci ad usanze antichissime, perse nella memoria del tempo, ma che ancora oggi sopravvivono e che ritroviamo, per esempio, nella notte di Halloween, il momento in cui i frati si recavano a “pregare”. La tradizione ci dice che in questa notte il mondo dei morti e dei vivi entra  in contatto e quale luogo migliore di Lucedio per ambientare questo “contatto”? Sempre restando in ambito tradizionale la Principessa, anche se noi qui abbiamo una Regina, in genere rappresenta l’Anima e il  Re e la Regina sono ben noti a chi si interessa di Alchimia. Ma mentre la fusione del Re con la Regina (fusione degli opposti) realizza l’Opera e dà come prodotto il “figlio” spirituale, l’Uomo nuovo, l’Androgino perfetto,  qui questo non avviene…il Re, che è anche il padre della Regina, tenta di prenderla, ma non ci riesce…Lei compie una magia, fa apparire un fosso pieno di acqua e l’operazione non è portata a termine, non è compiuta. Lei, la figlia, l’Anima, avrebbe dovuto unirsi con il Padre, lo Spirito, e congiungersi all’interno del cuore e generare il figlio, il Cristo interiore. E in effetti un figlio viene generato, ma muore  perché qualcosa è andata storta, il processo non è stato completato o lo è stato malamente, in modo “inverso” e ciò che rimane è una terra in cui le forze del Male si scatenano e aleggiano su tutto e su tutti percorrendo con grida ed apparizioni le notti misteriose avvolte da fitte nebbie. Il “fosso” non è stato saltato, anzi, è stato creato apposta con un atto di magia, limite invalicabile su cui il Re è costretto ad arenarsi. Si parla di una Ley-Line che attraversa Lucedio ed in effetti pochi sanno che Lucedio sorge su una faglia, detta faglia diretta, opposta a quella della vicina Balzola che è soprannominata “Faglia Inversa o faglia del Monferrato”. La faglia diretta si ha quando il tetto scende rispetto al letto ed in questo caso il regime tettonico è distensivo o divergente, ad esempio in occasione dell’apertura di un rift, ovvero di una spaccatura ai cui fianchi sorgono numerose formazioni collinari e  tali faglie presentano un piano avente inclinazione elevata, attorno ai 60°. Una faglia si definisce “inversa” se il tetto sale rispetto al letto. In questo caso gli angoli del piano di faglia sono piuttosto bassi, attorno ai 30°, e nel caso di angoli molto bassi o nulli si parla di sovrascorrimenti. Dal libro di Aldo Timossi  “La Storia del Monferrato” apprendiamo che nel 1961 l’Agip perfora un pozzo di saggio a Due Sture di Morano Po (siamo sempre in zona). Niente petrolio né metano, ma i “carotaggi” evidenziano vari tipi di minerali. Fino a 200 metri dal piano di campagna si trovano argille e acque salmastre, risalendo a 120 m. sabbia con pietrisco e fossili, nei successivi 20 metri sabbia e inclusioni di torba (sedimento alluvionale) e per il resto, fino alla luce del sole, argille con sabbia, ciottoli e vene d’acqua. E’ evidenziata una estrema diversità tra la morfologia della collina e quella della pianura, diversità che è sancita dal netto confine dato dalla “faglia di Balzola”, una spaccatura sotterranea, che è parente piccola e lontana della temibile faglia di San Francisco. San Francisco, già,  dove Anton Szandor LaVey fondò nel 1966 la Chiesa di Satana..e di cui il noto shockroker Marilyn Manson è stato nominato  reverendo. Un collegamento “satanico”, non c’è che dire…

Certamente possiamo ridurre tutto a superstizioni, casualità, ignoranza, ma questo luogo è così pregno di mistero che continuerà ad essere oggetto dei nostri studi e delle nostre ricerche. Quanto qui riportato è solo una minima parte di tutto ciò che è legato a Lucedio, Luce di Dio, o forse Dio di Luce. I Templari, che c’entrano sempre come ricorda ironico il prof. Cardini, qui entravano veramente e la loro soppressione coincise anche con il tradimento da parte di alcune famiglie di Vignale  degli ultimi Monferrato e la loro “vendita”, per pochi o molti denari che fossero, alla città di Asti, tradimento che decretò   la fine di questa dinastia. Da allora nessuno più custodì gli accessi e lo spirito del Male, una misteriosa energia maligna,  aleggia padrone di queste terre. Ma questa è solo una leggenda……

Fine della seconda parte

Priorato del Piemonte