Come abbiamo detto nella sezione dedicata ai templari alle Crociate la Terrasanta era ormai perduta. Dopo la caduta di San Giovanni d'Acri, i Cavalieri templari si erano rifugiati su un isolotto al largo della costa, chiamato Ruad, a due miglia in mare dirimpetto a Tortosa. I Templari rimasero sull'isolotto fino al 1303, quando si ritirarono definitivamente a Cipro, e da qui in Europa, e soprattutto nella terra dove l'Ordine era nato, in Francia. L'Ordine, nato per la difesa dei luoghi di Terrasanta, era divenuto di fatto inutile, ma ancora potentissimo per la sua forza economica e di armamento. Anche se non era più di utilità per la difesa dei luoghi santi, era comunque un potente braccio armato della Chiesa. Perse le antiche origini, i cavalieri templari non erano più umili come un tempo, e talvolta divenivano sprezzanti e pieni di alterigia, e proprio per questo erano malvisti da alcuni strati del clero e dalla gente comune. Riccardo Cuor di Leone, lasciò scritto nel suo testamento : "Lascio la mia avarizia ai monaci cistercensi, la mia lussuria ai Monaci Grigi, la mia superbia ai Templari". Da qui, proprio da questo progressivo lassismo dell'Ordine, iniziò il suo lento ma inesorabile declino. Così, al principio dell'anno 1305, un tale Esquieu de Floryan, priore di Montfaucòn, nella regione di Tolosa, un bel giorno si presentò al castello di Lerida, davanti al Re Giacomo II d'Aragona, narrando al re rivelazioni terribili e sconvolgenti sui Templari, dicendo di averle sentite da un cavaliere cacciato dall'Ordine. Le accuse di questo Esquieu de Floryan erano gravissime: accusava i Templari di essere una sorta di setta di idolatri, di eretici e di sodomiti, che adoravano un idolo barbuto chiamato Bafometto e che sputavano sopra la croce in segno di disprezzo verso Cristo, oltre ad altre amenità di questo genere. Il re aragonese, dopo averlo ascoltato, lo cacciò in quanto non aveva creduto ad una sola parola. Esquieu de Floryan, non pago, ed anche perchè aveva i suoi motivi, soprattutto economici, si rivolse al re di Francia, Filippo IV detto "Il bello".

Costui era un re corrotto e dissipatore, e già più di una volta aveva dovuto svalutare la moneta francese per evitare la bancarotta, e più di una volta dovette ricorrere proprio ai Templari per chiedere prestiti onde evitare il tracollo finanziario di tutta la Francia. Dal racconto di Esquieu, Filippo IV capì che forse era giunto il momento di depredare i Templari di tutti i loro tesori, ed ovviamente non restituire i prestiti che aveva ottenuto dall'Ordine Templare stesso. Del resto tutta la Francia era sull'orlo del collasso economico, tanto che in Normandia vi era stata una specie di rivolta, e Filippo IV ordinò che venissero sciolti tutti gli assembramenti di più di cinque persone. Quindi, afferrando al volo l'occasione, Filippo IV nominò due consiglieri per "l'affare dei Templari" : Guglielmo di Nogaret, uno dei più insigni esperti francesi di legislazione e Guglielmo di Plaisans, esponente molto in vista dell'Inquisizione di Francia. Gugliemo di Nogaret era un uomo di personalità assai maligna: la sua principale occupazione era quella di inventare e portare avanti accuse contro prelati, qualsiasi essi fossero. Tanto che arrivò accusò ad accusare di eresia nientemeno che il Papa Bonifacio VIII, il famoso pontefice dello "schiaffo di Anagni". In quella occasione, Nogaret si presentò davanti a Bonifacio VIII, che era nel palazzo papale di Anagni, schiaffeggiandolo per le eresie. I Templari intervennero in difesa del Papa, mettendo alla fine in fuga la guarnigione francese. Per questo affronto, papa Bonifacio VIII scomunicò Nogaret. Proprio in forza a questa scomunica, Nogaret prese a stilare rapporti e note, a costruire ad arte prove inesistenti,  a raccogliere delle testimonianze assolutamente false e tendenziose, fece infiltrare spie dell'Ordine del Tempio, con il compito preciso di "inchiodare" i templari a colpe che in effetti non esistevano. Ma Nogaret aveva anche suggerito a Filippo IV di chiedere al Papa Clemente V il ritiro della sua scomunica in cambio del silenzio sulle colpe inesistenti dei Templari: il Papa non volle sentire ragioni, ed allora Nogaret pensò che era arrivato il momento di agire in modo violento e vessatorio. Durante il mese di giugno del 1307, il Gran Maestro dell'Ordine Templare, Jacques de Molay, presenziò un Capitolo Generale dell'Ordine a Parigi, al quale presenziarono anche Filippo IV e lo stesso Nogaret. Il Gran Maestro era appena giunto da Cipro con tutto il tesoro templare, che venne depositato nella Precettoria Generale del Tempio di Parigi. Ma il Gran Maestro fu prontamente informato delle mosse di Nogaret e delle sue trame: chiese quindi a Papa Clemente V che venisse aperta una rapida e seria inchiesta per dimostrare l'infondatezza di tutte le assurde accuse contro l'Ordine che Nogaret stava abilmente tessendo, per nome e per conto del re di Francia. Il papa, ascoltato de Molay, accetta di aprire questa inchiesta, ed il 24 agosto 1307 comunica al re di Francia l'apertura di una inchiesta sull'Ordine. A questo punto, Nogaret si vede perduto, in quanto aveva costruito tutte le sue accuse su fatti puramente immaginari e privi di fondamento. Filippo IV inoltre intravide la possibilità di perdere il tesoro templare e che l'Ordine stesso reclamasse il suo credito verso la corona francese: infine la guarnigione templare a Parigi, armata fino ai denti, era ben più forte ed attrezzata della stessa armata dell'esercito francese che era acquartierata proprio nella capitale. Quindi, con una mossa degna di un bandito, Filippo IV ordinò ai suoi siniscalchi che all'alba di un maledetto venerd' 13 ottobre 1307 tutti i templari di Francia venissero in un sol colpo e contemporaneamente arrestati, cogliendoli nel sonno.

La reazione dei templari fu immediata, ma Jacques De Molay intervenì, ordinando ai suoi cavalieri di deporre le armi e di lasciarsi arrestare, sicuro che il Papa sarebbe senza meno intervenuto in loro difesa. I cavalieri arrestati, fra cui lo stesso De Molay, furono tratti in catene nei sotterranei della Fortezza del Tempio di Parigi. Questa mossa suscitò le ire del Papa, che inviò al re una lettera di riprovazione con l'ordine di lasciare liberi i Templari, e nello stesso tempo i regnanti d'Europa, fra cui Edoardo II d'Inghilterra e Giacomo II d'Aragona presero le difese dei Templari, chiedendone con forza la liberazione. Ma Filippo IV fu sordo a tutti i richiami, ed all'inizio del novembre 1307 il re di Francia nomina Guglielmo Imbert Grande Inqusitore di Francia, ponendolo di fatto a capo assoluto del Tribunale dell'Inquisizione francese. Uomo di grandi doti e grande ingegno, ma era anche di una ferocia inaudita. Iniziò ad interrogare i cavalieri in carcere, sotto le più terribili torture e le più grandi sofferenze. Sotto queste torture, ovviamente sotto il dolore e la costrizione, i cavalieri cominciarono a confessare le cose più inaudite, fra cui lo sputo sulla croce, l'apostasia, le pratiche sessuali e quant'altro era stato partorito dalla fervida mente di Nogaret. Difatti i cavalieri non stavano confessando quello che era verità, ma quello che veniva detto loro di confessare per avere salva la vita e non patire più sotto gli strumenti di tortura. Da verbali dell'epoca (i pochissimi che ci sono rimasti) possiamo leggere questo stralcio di interrogatorio (I=inquisitore C=cavaliere) :

  • I : E' vero che all'atto dell'iniziazione sputavi sulla croce? Se ammetti questo smetteremo di tenerti appeso per i tuoi testicoli!

  • C : Si, è vero, ma per pietà tiratemi giù!

  • I : E' vero che vi baciavate durante la notte?

  • C : Si, ma tiratemi giù!!

  • I : E' vero che non riconoscevi Cristo nell'uomo sulla croce?

  • C : .........................

  • I : E' morto, portatelo via.

Questo è solo un pezzo degli interrogatori che l'Inquisizione di Francia aveva in serbo per i Templari, una cosa abominevole. Venivano usate tutte le macchine di tortura più sofisticate, gli allungatoi, 

le sedie chiodate, gli stringigola, i rulli chiodati, gli stenditoi, acqua ed olio bollente e così via. Come potevano i cavalieri non ammettere, sotto queste torture quello che i loro aguzzini volevano? Moltissimi cavalieri, dotati di coraggio sovrumano, non parlarono e non ammisero mai quello che non era vero, e morirono sotto le torture, intonando con l'ultimo filo di voce il "Non nobis Domine", l'inno templare inneggiante a Dio. A queste atrocità fu sottoposto anche Jacques De Molay, al quale fu detto che se voleva salva la sua vita e quella dei cavalieri del suo Ordine, doveva ammettere quel che gli veniva chiesto. Molay, solo per salvare non lui, ma i suoi cavalieri, ammise le menzogne il all'inizio di novembre del 1307, davanti alla commissione nominata dall'Università di Parigi.

Questa pubblica confessione che De Molay fece, obbligò il Papa ad agire, anche se di controvoglia. Così, il 22 novembre 1307, Papa Clemente emette una bolla, la "Pastoralis Praeminentiae", nella quale si ordina l'arresto di tutti i cavalieri templari e che i loro beni fossero messi sotto sequestro e sotto tutela della Chiesa. Tale ordine era anche per gli altri sovrani d'Europa, non solo per la Francia. Quindi i regnanti europei, in conformità a quanto disposto dal Papa, procedettero agli arresti ad agli interrogatori ma, mentre in Francia continuavano a perpetrarsi orrori ai danni dei cavalieri, le cose negli altri regni d'Europa, nessuno escluso, andarono ben diversamente. Per fare un esempio, nel regno di Aragona i Templari si chiusero nei loro castelli e si difesero, mentre lo stesso re d'Aragona proclamava l'innocenza dell'Ordine. Anche a Cipro i Templari si difesero, e le truppe reali dovettero fare marcia indietro. In Germania tutti i cavalieri, dopo gli interrogatori, furono prosciolti dalle accuse e portati anzi agli onori delle folle, mentre in Portogallo in sovrano regnante, Dionigi detto "il giusto", fondò un nuovo Ordine, la Cavalleria di Cristo, di cui lui stesso fece parte e dove fece confluire tutti i Templari del regno. In Italia, nelle zone non controllate dal dominio francese, i Templari furono completamente scagionati e liberati. In Inghilterra il re non prese neanche in considerazione l'ipotesi di un arresto di massa. L'unica cosa che tutti i Precettori Templari d'Europa non comprendevano era perché De Molay avesse ammesso accuse così infamanti per l'intero Ordine, accuse peraltro tutte inventate di sana pianta da Nogaret. Mentre a Parigi i cavalieri del Tempio continuavano a cadere l'uno dopo l'altro sotto le torture dell'Inquisizione, ammettendo colpe che non esistevano, solo per cercare di salvarsi, il Papa cominciò ad insospettirsi di questo comportamento, e così rimosse dal suo incarico Guglielmo Imbert, sostituendolo con un'apposita commissione pontificia di sua fiducia. Filippo IV, irritato per questo gesto del Papa, rispose subito con la convocazione degli Stati Generali (una specie di parlamento della nobiltà, del clero e dell'alta borghesia) a Tours, nel marzo del 1308. Terminati i lavori, il re, a capo di un consistente esercito di 10.000 uomini, si incontra con Clemente V, comunicandogli le decisioni adottate dagli stati generali, che si potevano riassumere in due punti salienti:

  • la condanna definitiva dei Templari e la soppressione dell'Ordine, confiscandone tutti i beni, castelli compresi, a favore del regno di Francia;

  • l'apertura di un processo canonico per eresia contro il predecessore di Clemente V, Papa Bonifacio VIII, lo stesso che ricevette il famoso "schiaffo di Anagni" che costò a Nogaret la scomunica.

Il Papa Clemente V ora ha paura: è praticamente prigioniero di Filippo IV (la sede del papato era stata portata ad Avignone) ed una condanna canonica di Bonifacio VIII avrebbe pregiudicato anche il suo pontificato, in quanto era stato lo stesso Bonifacio a conferire a Clemente V la porpora di cardinale. Il Papa era davanti ad una scelta terribile: sacrificare la Chiesa o sacrificare l'Ordine del Tempio. Era più che ovvio che optò per la seconda ipotesi. Così, il 27 giugno 1308, settantadue templari, che erano stati abilmente scelti da Nogaret fra le spie, i rinnegati e gli sfiniti dalle torture, ammisero, davanti al Papa, i loro rituali infami inventati dalla fertile mente di Nogaret stesso. Allora il Papa non ebbe scelta: fu suo malgrado costretto a richiamare Guglielmo Imbert a capo dell'Inquisizione, e con la bolla "Faciens Misericordiam" del 12 agosto 1308, nomina una commissione pontificia d'inchiesta, rinviando così la soppressione dell'Ordine ad un successivo concilio, mentre i beni dei Templari rimanevano, insieme ai suoi uomini, nelle mani di Filippo IV. Si andò avanti fra torture e quant'altro fino al novembre 1309, quando Jacques De Molay chiese ed ottenne di essere ascoltato dalla commissione pontificia. Il vecchio gran maestro respinse tutte le accuse, chiedendo di essere ricevuto direttamente dal Papa, ma questo suo buon diritto gli venne negato.Gli furono soltanto consegnati dei documenti sui quali avrebbe potuto dire qualcosa, ma tali documenti erano poco o nulla. Quindi la commissione pontificia sospende i lavori. Arriviamo così al 3 febbraio 1310, giorno in cui la commissione nominata da Clemente V riapre i lavori, e nelle aule della commissione, riservatissime, si aggirava indisturbato Guglielmo di Plaisans, uomo di fiducia e legato del re di Francia. Alla fine di febbraio, dopo che la commissione ebbe esaminati molti documenti, ben 546 cavalieri templari chiesero di essere ascoltati per difendere l'Ordine dalle accuse infamanti che erano state profferite. La commissione pontificia ovviamente non poteva ascoltarli tutti, quindi chiese di scegliere fra i cavalieri una rappresentanza, che fu ristretta a 4 cavalieri: Pietro da Bologna, cappellano templare e giurista; Rinaldo di Provins, cappellano; Betrand de Sartiges e Guglielmo di Chambonnet, cavalieri templari della provincia di Alvernia. Questi cavalieri espongono alla commissione pontificia il loro punto di vista, difendendo l'Ordine contro il re e gli Inquisitori, poi ribadendo la fedeltà dell'Ordine al Papa ed alla Chiesa. I vescovi della commissione riferiscono tutto al Papa, che decide di far slittare l'inizio del concilio per la soppressione dell'Ordine al 1312. Tutto questo suscitò le ire di Filippo IV, che dapprima si rivolse ad un teologo dell'università di Parigi che, prezzolato dallo stesso re, riuscì a dire questa enormità: "Difendere l'Ordine del Tempio significa che esso potrebbe essere innocente, ma dato che esso è colpevole, è inutile difenderlo." Pensiamo che commentare queste parole sia superfluo. Non solo: l'arcivescovo di Sens e Parigi era morto, quindi occorreva nominare un successore: Filippo IV riesce ad ottenere dal Papa la nomina di Filippo di Marigny, arcivescovo ma anche grande amico e fidatissimo del re di Francia. Senza colpo ferire, Marigny chiude a Parigi l'inchiesta sui templari rinchiusi nelle prigioni sulla Senna ancora prima che la commissione pontificia si pronunci, e con un atto insensato quanto feroce il 10 maggio 1310 condanna al rogo 54 templari della Precettoria di Parigi.

Il 12 maggio, due giorni dopo, i 54 cavalieri muoiono a fuoco lento sulla Senna, dopo aver chiesto ed ottenuto di intonare il "Te Deum" e dopo aver respinto per l'ultima volta le accuse loro mosse. Il Papa, dopo le prime proteste, decide così di aprire il concilio per la soppressione dell'Ordine a Vienne, il 16 ottobre 1311, dove all'ordine del giorno ci sono tre punti da discutere: la questione dei Templari, una nuova Crociata e la riforma della Chiesa. Sulla questione dei Templari i vescovi del concilio sono divisi, in quanto la colpevolezza dell'Ordine non è provata da alcun fatto eclatante, a parte le confessioni estorte sotto tortura. Intanto, 2500 cavalieri templari provenienti dalla Francia e da altri regni europei si radunano nei boschi intorno a Vienne, armati fino ai denti e pronti alla battaglia, in attesa delle decisioni del concilio. Saputo questo, Filippo IV si spaventa, e piomba a Vienne alla testa di un esercito di 12.000 uomini fra divisioni di fanteria e squadroni di cavalleria. Visto questo il Papa, dopo aver ascoltato il concilio, per evitare ulteriori spargimenti di sangue ed altre guerre fratricide, emette la bolla "Vox in Excelso" anche detta "Vox Clamantis", dove sospende l'Ordine da qualsiasi attività, non dichiarando tuttavia lo scomunica definitiva dello stesso. Sulla bolla si legge che il concilio propone tutto ciò solo per "decisione apostolica", e non per eresia, apostasia e quant'altro, in quanto accuse non provate e che avrebbero senza meno portato all'automatica scomunica dell'Ordine. Nel frattempo, nei boschi attorno a Vienne il numero dei Templari aveva raggiunto le 4000 unità, pronti alla battaglia, e l'esercito del re di Francia ben poco avrebbe potuto fare contro cavalieri abituati a combattere nel deserto della Palestina e che mai avrebbero indietreggiato di un passo davanti a qualsiasi nemico, come la Regola Templare prevedeva. Ma in questa Regola, quella riformata, vi era un punto importante, che riportiamo come è scritto: "Perché cristiano, mai la spada di un cavaliere del Tempio venga brandita contro un altro cristiano se non per ragioni di difesa del Luogo Santo". Questo non era il caso ed i cavalieri, in osservanza della Regola e ricevuto in tal senso un ordine preciso del Gran Maestro De Molay, languente in carcere, gettarono le armi e si inchinarono alla volontà del Papa. Così, i Templari, tranne qualcuno irriducibile, si lasciarono prendere prigionieri dalle truppe reali, e vennero portati nelle segrete di Parigi, di Amiens e di Sens. La bolla papale prevede anche che una parte dei beni dei Templari vengano donati agli Ospitalieri di San Giovanni (gli attuali Cavalieri di Malta), una parte vengano incamerati dalla Chiesa ed un'altra parte dati al regno di Francia. Ma ben poca cosa era rimasta del tesoro dei Templari, dopo tutte le razzie fatte dal re di Francia. In chiusura del concilio, il 6 maggio 1312, il Papa emette la bolla "Considerantes Dudum", che ridisegna la mappa degli ordini monastici ed avoca all'autorità papale il giudizio finale su De Molay e gli altri 3 alti dignitari dell'Ordine del Tempio, che erano Charney, Precettore di Normandia, Pairaud, siniscalco del Tempio e Gonneville, maresciallo del Tempio. Tale decisione deve essere presa da una commissione pontificia formata da 3 cardinali, presieduta, guarda caso, dal Marigny. I cavalieri furono convocati, e gli venne chiesto se le accuse loro mosse fossero vere o no: in caso di ammissione delle colpe loro ascritte, i cavalieri avrebbero avuta salva la vita e avrebbero passato il resto della stessa nelle prigioni della Senna, mentre se avessero negato le loro colpe, sarebbero stati dei "relapsi", cioè dei reietti e quindi andavano messi a morte. Alla domanda sulla veridicità delle accuse, tutti e quattro, sdegnosamente, respinsero ogni addebito, gridando la loro innocenza, pur sapendo che questo significava la loro morte. Ma davanti ad una reazione così violenta, la commissione rimandò ogni decisione al giorno successivo, informando nel contempo il Papa della cosa. Ma ne fu informato anche il re, dallo stesso Marigny. Filippo IV, che aveva avuto dal concilio di Vienne una consistente fetta del tesoro del Tempio, non volle sentire ragioni, e con un atto infame quanto assolutamente illegittimo ed arbitrario, ordinò che i quattro templari venissero messi a morte tramite supplizio sul rogo, la sera stessa. Era il 18 marzo 1314. De Molay ed i suoi tre sventurati compagni di pena vennero portati sull'isolotto di Pont Neuf, sulla Senna, dove furono legati ai pali del rogo. Il legato del re chiese loro se volevano parlare come si conviene per i condannati a morte. Dai verbali di quel giorno si legge che De Molay parlò a nome di tutti, rivolto verso il Papa, il Re ed il Nogaret, dicendo testualmente: "Desideriamo che i nostri volti siano rivolti alla Cattedrale di Notre Dame, e desideriamo cantare le lodi dell'Onnipotente con il Te Deum, mentre il fuoco farà massacro delle nostre carni. Quanto a voi, miserabili, indegni di essere chiamati uomini, che avete insozzato ed infangato un Ordine Sacro, ascoltate attentamente: tu, Filippo, re dell'inganno e della menzogna, e tu Clemente, fantoccio guascone che crede di essere degno del soglio pontificio, e tu, Nogaret, abile spia e concertatore dell'infamia e del disonore, ascoltate: sarete al cospetto del Santo Tribunale di Dio entro l'anno per rispondere delle vostre nefandezze.". Detto questo, volsero tutti il capo verso Notre Dame, intonarono il Te Deum e morirono fra atroci sofferenze nel fuoco lento. Ma la maledizione che il vecchio Gran Maestro del Tempio aveva gettato arrivò precisa: il 20 aprile 1314 Clemente V moriva a seguito di una infezione intestinale, ed il suo corpo, esposto nella cattedrale con indosso i paramenti pontifici, fu incenerito da un fulmine entrato da una delle vetrate; dopo appena nove giorni, il 29 dicembre 1314 Filippo IV moriva in una battuta di caccia, cadendo da cavallo, ferendosi mortalmente e morendo tra atroci sofferenze; e dopo altri due giorni, il 31 dicembre 1314 Nogaret moriva colpito da meningite fulminante. Un anatema degno delle maledizioni egizie. Finiva così l'Ordine del Tempio. Ma ora noi lo stiamo facendo rinascere, anche consapevoli di essere indegni di cotanto coraggio e cotanta devozione a Colui che è il Re dei Re, ma sempre noi lavoreremo per Lui e per tutto ciò che ci ha insegnato e confidiamo sempre nella Sua Santa Misericordia. Noi non abbiamo astio verso l'odierna Chiesa Cattolica, noi non vogliamo né cerchiamo risarcimenti, né reclamiamo in alcun modo proprietà maltolte con l'inganno, la vessazione e la violenza: noi chiediamo soltanto che sia riconosciuta l'innocenza dell'Ordine, anche con un processo apostolico di revisione, fino a far ammettere alla Chiesa di Roma, come ha già fatto per altre cose, i suoi errori. E questo è infatti uno dei più grandi errori che la Chiesa di Roma abbia mai fatto nei duemila anni della sua esistenza. Noi cavalieri del Tempio rimaniamo comunque fedeli alla Chiesa, nonostante tutto il male ricevuto, non perché la Chiesa sia un dogma incontrovertibile, non perché le sia dovuto solo del rispetto per il suo nome, ma perché in ogni caso, nel bene e nel male, rappresenta la forma di Cristo sulla Terra. Ma ribadiamo che questa Chiesa, come Cristo stesso ha sempre insegnato, deve essere capace di riconoscere il proprio errore, anzi in questo caso, il proprio "orrore", riabilitando l'Ordine del Tempio al posto che ad esso compete, un posto di umiltà accanto alla Croce di Cristo, ma anche di difensore del Figlio dell'Uomo e della Chiesa stessa, perché la fratellanza e l'amore sono doni che Dio e Suo Figlio ci hanno insegnato e sono valori che nessuno potrà mai far venire meno.