La ricerca, effettuata direttamente dai Cavalieri e dalle Dame dell'Ordine, è stata lunga e difficilissima. Sono occorsi quasi tre anni di lavoro durissimo, come topi di biblioteca, ore ed ore passate a sfogliare ed esaminare pagine e pagine di codici miniati e una moltitudine di pergamene varie, alcune delle quali in pessime condizioni e quasi illeggibili, alcune provenienti dall'Archivio Segreto Vaticano, altre dalla Biblioteca Nazionale di Francia e altre ancora da alcune collezioni private. Per ovvie ragioni, abbiamo effettuato un'opera di copiatura a mano di questi codici e di queste pergamene, un lavoro titanico di traduzione dal latino, ma ora finalmente possiamo affermare di aver ritrovato la maggior parte degli atti originali di quel processo infame ai Cavalieri del Tempio. Molte pergamene sono mancanti, altre sono ridotte, come detto, in condizioni pietose, ad alcuni codici sono state strappate delle pagine, altri documenti sono andati distrutti o sono stati sottratti da biechi "collezionisti" d'arte. Ma gli atti che riportiamo in questa sezione, anche se incompleti, siamo certi che non mancheranno di suscitare, nei gentili visitatori del nostro sito, un moto di ribrezzo e di sdegno per tutto ciò che è stato scritto, per le parole infamanti e menzognere vergate su questi atti. Sappiamo bene che la verità è sempre più lenta della menzogna a venire fuori, ma quando questa verità, che è unica e inconfutabile arriva, distrugge tutto, spazza via, senza nulla lasciare anche alla più velenosa delle lingue, tutte le indegnità e le fertili invenzioni delle menti perverse del Nogaret e del Marigny, di Imbert e di tutti gli inquisitori di Francia, spazza via tutta la falsità e la spaventosa malignità di Filippo IV detto "il bello". Abbiamo suddiviso questi atti in tre parti, di qui la prima che elenca i componenti della commissione apostolica, la seconda dedicata alle accuse che sono state mosse all'Ordine, la terza ed ultima all'interrogatorio cui fu sottoposto il povero Jacques De Molay. Alla fine di ogni parte, aggiungeremo un nostro breve commento a quanto scritto sugli atti. Ed allora leggiamoli questi atti, e la verità, lampante e senza macchia, sarà evidente. E che questa verità ora trionfi e che la menzogna e la vergogna dell'Inquisizione di Francia rimangano ad imperitura memoria nei nostri cuori e nelle nostre anime.

ATTI  DEL  PROCESSO

Prima parte - La commissione apostolica

"Nel 1309, sotto il pontificato di Clemente V, servo dei servi di Dio, in ordine a quello che ci è stato detto e che è giunto alle nostre orecchie, ossia il comportamento della Milizia del Tempio di Gerusalemme, che appare agire contro quelli che erano stati i suoi compiti per i quali esso era stato ammesso ed aveva agito all'ordine di Santa Romana Chiesa, noi, Clemente V, servo dei servi di Dio, per divina provvidenza nell'anno quarto del suo pontificato, e per richiesta del carissimo figlio Filippo Re dei Francesi, diciamo che è nostra volontà esperire una indagine inquisitoria su detti fatti che sono avvenuti nei territori sotto la nostra giurisdizione e sotto quella del carissimo figlio Filippo Re dei Francesi. A tale scopo noi, Clemente V, servo dei servi di Dio, nell'anno quarto del nostro pontificato, nominiamo la presente commissione apostolica per dirimere questa questione i venerabili, irreprensibili e buoni padri:

In nome e per grazia di Dio: Guglielmo Nogaret, Ispettore Superiore di Santa Romana Chiesa; Guglielmo Imbert, Ispettore di Santa Romana Chiesa, l'Arcivescovo di Narbonne, e vescovo di Bajon, di Mimati e di Lemovici; Matteo di Napoli, notabile della sede apostolica e maggiore dei Rothomagesi; Giovanni della Mantova Tridentina; Giovanni arcidiacono di Monte Lauro; maestro Guglielmo Agarni, preposto ecclesiastico alla chiesa aquense e prevosto di Aquitania.

Suddetti padri dovranno appurare la verità dei fatti ascritti alla Milizia del Tempio ed emettere alla fine le conclusioni che saranno oggetto delle nostre decisioni in merito.

Firmato Clemente V, servo dei servi di Dio, datato in Avignone il nove di maggio, anno quarto del nostro pontificato.

Breve commento:

questa commissione è stata ad arte nominata, tanto che non fu Clemente V, al secolo Bertrand de Got, a nominarla, ma i nomi dei componenti della commissione stessa furono suggeriti da una concertazione del Nogaret e dello stesso Re di Francia, Filippo IV detto il Bello. Infatti, fra le figure che compaiono nella commissione, spiccano l'arcivescovo di Narbonne, amico personale del Nogaret e Imbert, capo dell'Inquisizione di Francia, amico fraterno del Re e suo padre confessore. Per non parlare poi di Guglielmo Agarni, prevosto che era nemico dichiarato dei Templari.

Seconda parte - Le accuse all'Ordine

"Noi, Clemente V, servo dei servi di Dio, nell'anno quarto del nostro pontificato, prendiamo atto delle accuse alla Milizia del Tempio, che la reverenda commissione esamini e appuri la verità di tali accuse che elenchiamo qui di seguito:

- hanno istigato e ordinato ad ogni postulante, al momento dell'accoglienza nella loro Casa, di rinnegare Cristo, il Crocifisso, qualche volta Gesù e qualche volta Dio, qualche volta la Santa Vergine e qualche volta tutti i santi di Dio;

- item, viene riferito che tutti i fratelli ascritti lo hanno fatto

- item, viene riferito che la maggior parte dei fratelli ascritti lo hanno fatto

- item, viene riferito che lo hanno fatto anche dopo l'accoglienza

- item, che i fratelli cappellani hanno detto ai postulanti che Cristo o qualche volta Gesù o qualche volta Cristo crocifisso non è il vero e unico Dio

- item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno detto ai postulanti che egli era un falso profeta

- item, viene riferito che egli non aveva sofferto e non era stato crocifisso per la redenzione degli uomini ma per i suoi peccati

- item, viene riferito che non i cappellani e nemmeno i postulanti potevano ottenere la salvezza per mezzo di Gesù, oppure una cosa simile ed equivalente a coloro che erano postulanti

- item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato ai postulanti di sputare su una croce o su una figura o su una scultura e comunque su una immagine di Cristo o qualche volta Gesù

- item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato ai postulanti di calpestare il crocifisso

- item, viene riferito che qualche volta è stato urinato sulla croce e qualche volta lo hanno fatto di venerdì santo

- Item, viene riferito che alcuni dei fratelli si sono riuniti durante la settimana santa per urinare sulla croce

- item, viene riferito che i fratelli adoravano un certo gatto che era solito comparire a loro mentre erano riuniti

- item, viene riferito che hanno fatto questo in dispregio di Cristo e della fede ortodossa

- item, viene riferito che i fratelli non credono nel sacramento che si svolge sull'altare

- item, viene riferito che alcuni dei fratelli non credono

- item, viene riferito che la maggior parte dei fratelli non credono

- item, viene riferito che non credono nei sacramenti della chiesa

- item, viene riferito che i cappellani dell'Ordine nel consacrare il corpo di Cristo non hanno pronunciato le parole del canone della messa prevista

- item, viene riferito che alcuni fratelli cappellani non le hanno dette

- item, viene riferito che la maggior parte dei fratelli non le hanno dette

- item, viene riferito che i fratelli cappellani hanno ordinato di farlo

- item, viene riferito che essi hanno creduto che il Gran Maestro potesse assolverli dal peccato

- item, viene riferito che i semplici visitatori potessero assolverli

- item, viene riferito che anche i precettori laici potessero farlo

- item, viene riferito che lo hanno fatto

- item, viene riferito che la maggior parte di loro lo hanno fatto

- item, viene riferito che il Gran Maestro dell'Ordine, alla presenza di persone importanti, abbia ammesso ciò durante il suo arresto

- item, viene riferito che durante la cerimonia di accoglienza nella loro Casa, alcuni di essi siano stati baciati sulla bocca, sulle natiche, sul fondoschiena e qualche volta sullo stomaco nudo dai fratelli cappellani e dagli altri fratelli

- item, viene riferito che qualche volta erano baciati sull'ombelico

- item, viene riferito che qualche volta erano baciati sull'ano

- item, viene riferito che qualche volta erano baciati sul pene

- item, viene riferito che i fratelli cappellani oppure i secolari ingiungessero ai postulanti di giurare di non lasciare l'Ordine

- item, viene riferito che qualche volta erano nominati fratelli professi immantinente

- item, viene riferito che qualche volta le accoglienze nella loro Casa erano effettuate in segreto

- item, viene riferito che alle accoglienze nella loro Casa potevano partecipare solo i fratelli dell'Ordine

- item, viene riferito che a causa di questo esistono molti sospetti sull'Ordine su menzionato

- item, viene riferito che questi sospetti erano diffusi e professati

- item, viene riferito che i fratelli secolari e professi hanno detto ai postulanti che essi potevano intrattenersi in rapporti carnali

- item, viene riferito che era lecito averli e che avrebbero dovuto farli e subirli in modo reciproco

- item, viene riferito che i fratelli professi e secolari hanno detto ai postulanti che tali rapporti erano leciti e che era giusto averli

- item, viene riferito che hanno avuto questi rapporti

- item, viene riferito che alcuni di loro li hanno avuti

- item, viene riferito che in ogni precettoria e provincia, i fratelli hanno tenuto idoli consistenti in teste, alcune con tre facce, altre con una, mentre altre avevano un cranio di osso umano

- item, viene riferito che i fratelli hanno adorato quegli idoli, soprattutto in occasioni importanti come i capitoli generali e le adunanze provinciali

- item, viene riferito che hanno venerato come loro Dio e loro salvatore ognuno di questi idoli

- item, viene riferito che tutti i fratelli lo hanno fatto

- item, viene riferito che alcuni di loro lo hanno fatto

- item, viene riferito che i fratelli hanno detto che tale testa poteva salvarli

- item, viene riferito che tale testa portava la ricchezza, faceva fiorire gli alberi e germinare i semi nella terra

- item, viene riferito che hanno toccato la testa di questi idoli con una cordicella che essi portavano sulle vesti o indosso alle carni

- item, viene riferito che tali cordicelle erano consegnate ai fratelli o parte di esse

- item, viene riferito che hanno fatto tutto questo per venerare un idolo

- item, viene riferito che i fratelli professi e secolari hanno ingiunto agli altri di portare queste cordicelle anche durante il sonno di notte

- item, viene riferito che i fratelli del sopra menzionato Ordine sono stati accolti in questo modo

- item, viene riferito che è stato fatto ovunque vi fosse una loro Casa

- item, viene riferito che è stato fatto nella maggior parte delle loro Case

- item, viene riferito che chiunque ha rifiutato tali pratiche è stato imprigionato e poi soppresso fisicamente

- item, viene riferito che alcuni di loro sono stati imprigionati

- item, viene riferito che qualcuno è stato imprigionato

- item, viene riferito che era fatto loro veto sotto giuramento di non rivelare tale pratica

- item, viene riferito che se qualcuno di loro avesse osato parlare sarebbe stato ucciso o imprigionato

- item, viene riferito che i confessori potevano essere solo confratelli del menzionato Ordine

- item, viene riferito che qualcuno lo ha fatto

- item, viene riferito che questi fratelli, consci dell'errore, non lo hanno corretto

- item, viene riferito che Santa Madre Chiesa non è stata avvertita di ciò

- item, viene riferito che le pratiche venivano fatte in tutti i territori di Oltremare e nei luoghi dove si trovavano il Gran Maestro ed il capitolo

- item, viene riferito che il rinnegamento di Cristo è avvenuto qualche volta avanti al Gran Maestro

- item, viene riferito che queste cose sono state fatte solo a Cipro

- item, viene riferito che queste cose sono state fatte ovunque si accogliessero nelle Case i fratelli

- item, viene riferito che le cose suddette sono state praticate in tutto l'Ordine in modo comune

- item, viene riferito che suddette cose erano parte dello statuto del menzionato Ordine

- item, viene riferito che il Gran Maestro aveva dato disposizioni che tali pratiche venissero fatte ovunque

- item, viene riferito che ogni visitatore era tenuto a farle

- item, viene riferito che ogni lamentela era punita in modo durissimo

- item, viene riferito che nel detto Ordine ogni dono caritatevole non veniva usato nel modo dovuto, e non si dava ospitalità a nessuno

- item, che nell'Ordine era consentito avere vantaggi in qualsiasi modo, sia esso lecito che illecito

- item, che non era considerato peccato commettere spergiuro per questa causa

- item, che si era soliti tenere i capitoli in segreto

- item, i capitoli erano tenuti in segreto perchè nessuno vedesse o udisse quanto essi facevano e quanto essi dicevano

- item, che i capitoli erano talmente segreti che i fratelli ponevano sentinelle sul tetto o nelle vicinanze del luogo di riunione, nel caso qualcuno si avvicinasse per vedere od origliare

- item, che erano usi a questa segretezza e la conservavano ad ogni costo

- item, che questa colpa è in essere nell'Ordine da molto tempo, poiché essi ritengono che il Gran Maestro possa assolverli dai loro peccati

- item, che esiste colpa ancor più grave, visto che ritengono che il Gran Maestro possa assolverli dai loro peccati, anche quelli non confessati o tralasciati dalla confessione per vergogna o per paura della punizione che potesse loro venire inflitta

- item, che erano presenti la maggioranza dei Precettori dell'Ordine

- item, che tali colpe erano insinuate loro dal Gran Maestro, dai Precettori e anche dai Visitatori

- item, che qualunque cosa il Gran Maestro facesse, soprattutto in capitolo, ordinasse, l'intero Ordine ha dovuto accettarla e osservarla come è poi accaduto

- item, che il Gran Maestro aveva quel potere e lo deteneva da molto tempo

- item, che le usanze perverse e gli errori duravano da un tempo talmente lungo che l'Ordine avrebbe potuto rinnovarsi più volte

- item, che tutto l'Ordine o almeno i due terzi di esso, pur essendo a conoscenza di queste colpe, ha trascurato di confessarle e abiurarle

- item, che non hanno volutamente informato Santa Madre Chiesa

- item, che non hanno rinunciato a commettere queste colpe nè si sono poi allontanati dalla Casa, pur avendo la possibilità di fare entrambe le cose

- item, che tanti fratelli, a causa della corruzione e delle varie colpe, si sono allontanati dall'Ordine, entrando in altri Ordini o per ritornare a vita secolare

- item, che le le colpe ascritte hanno suscitato grave scandalo contro l'Ordine nei cuori delle persone dabbene e nobili, persino di principi e regnanti, ad anche nel cuore di quasi tutto il popolo cristiano

- item, che tutte queste colpe sono state viste e sono palesi fra i fratelli dell'Ordine

- item, che queste colpe sono sulla bocca di tutti e di pubblico dominio all'interno e all'esterno dell'Ordine

- item, che la maggior parte di queste colpe lo sono

- item, che altre lo sono

Breve commento:

a parte la parola "item", in latino, che sta a significare "anche, allo stesso modo", pensiamo che queste colpe si commentino da sole, soprattutto quelle inerenti il rinnegamento di Gesù. Sappiamo come gli antichi confratelli abbiano combattuto nei deserti della Terrasanta nel nome di Cristo, e mai lo avrebbero fatto e sarebbero morti se non avessero avuto la convinzione sulla natura del Cristo stesso. Le altre accuse infamanti, ripetiamo, non hanno alcun bisogno di commento, perché leggendole attentamente, alcune contraddicono le altre in maniera clamorosa. Lasciamo ai gentili lettori i vari confronti, che non mancheranno, se pure in maniera triste e malinconica, di suscitare una velata ilarità.

Parte terza - L'interrogatorio di Jacques de Molay

"... dopo di questo, il mercoledì 26 di novembre, riuniti i signori commissari, in una camera posta nel retro dell'aula episcopale, il fratello Jacobus de Molayo, Gran Maestro dell'Ordine dei Templari, fu scortato dal preposto Pictavensem e dal preposto Johannes de Jamvilla davanti ai signori commissari, come da notifica letta dal vescovo di Parigi, egli aveva chiesto di conferire con detti signori commissari e venire alla loro presenza. I medesimi commissari, chiesto a lui se volesse difendere l'Ordine e aggiungere altro a suo favore, egli rispose che l'Ordine era confermato dalla Sede Apostolica e che gli sembrava molto strano che la Chiesa di Roma volesse distruggere tale Ordine, essendo stata in ogni caso differita di 32 anni la sentenza apostolica che decretava la destituzione dell'imperatore Federico. Lui disse che non si riteneva poi così saggio, quindi non poteva da solo difendere tutto l'Ordine ma che era pronto, nel limite delle sue possibilità, a difendere tale Ordine, per non essere tacciato di meschinità e di viltà, visto che l'Ordine gli aveva riservato molti vantaggi e molti onori; tuttavia la cosa gli sembrava difficoltosa, essendo lui prigioniero del Re e del Papa e che non possedeva denari da poter spendere per questa difesa o per altro ancora, se non quello che gli veniva offerto. Chiese quindi che gli venisse dato aiuto e consiglio, in quanto desiderava che delle colpe ascritte a tale Ordine si conoscesse la verità, e non solo fra i fratelli, ma anche nel mondo esterno, fra cui regnanti, prelati, principi, baroni, duchi, conti e probiviri, e il Maestro si diceva pronto ad ascoltare le testimonianze di tutti costoro. Il processo in verità è molto gravoso e detto Maestro non aveva nessuno, eccetto un fratello servitore, con cui consigliarsi. I signori commissari dissero al Maestro di riflettere bene alla difesa cui si accingeva e che ricordasse le cose che aveva già ammesso sulla sua persona e sull'Ordine stesso; tuttavia essi volevano favorirlo, poiché capivano la difesa che il Maestro voleva fare, e per quanto la ragione lo consigliasse, qualora avesse voluto portare avanti la difesa, i signori commissari gli concedevano una dilazione di tempo per poter riflettere su questo. Ma i signori commissari dissero anche che in un processo per eresia occorreva avere in forma semplice e senza grida la presenza di giudici e avvocati. I signori commissari quindi disposero che al Maestro fossero letti i capi d'accusa e le lettere apostoliche della commissione di inquisizione  contro il predetto Ordine, lettere fatte dalla Sede Apostolica e da altre quattro lettere apostoliche relative al processo ed anche una lettera di Maestro Guglielmo Agarni, preposto Aquensis, nella quale egli a buon diritto si scusava, ed un pubblico atto di citazione nel quale i nominati commissari chiamavano in giudizio l'Ordine del Tempio, i fratelli che appartenevano a tale Ordine ed altri; i commissari dicono che il contenuto delle quattro lettere apostoliche e dell'editto di citazione è stato inserito negli atti del processo; che venissero lette anche le lettere apostoliche in cui detto Maestro si riteneva confesso delle colpe ascritte, alla presenza dei reverendi signori padri per grazia di Dio, padre Berengario, vescovo Tuscolano, dei presbiteri dei santi Nereo e Achilleo, di Stefano di San Ciriaco in Termis e di padre Landolfo, diacono di Sant'Angelo, dei cardinali deputati e incaricati a tale scopo dal nostro Sommo Pontefice, facendosi per due volte il segno di croce, pareva assai meravigliato delle cose della sua confessione e di quelle contenute nelle lettere apostoliche, affermando anche che se detti commissari fossero stati diversi da quelli preposti, egli avrebbe detto cose diverse. I commissari risposero che non accettavano questa sfida, ed egli allora disse che, a Dio piacendo, ciò che Saraceni e Tartari facevano, venisse fatto a questi perversi commissari stessi; perché Saraceni e Tartari tagliano la testa a coloro ritenuti indegni e perversi o li tagliano a pezzi. Ascoltato ciò, detti commissari dissero che la Chiesa riteneva eretico chi veniva giudicato tale, e lasciava alla Curia secolare gli ostinati. Avendo domandato il Maestro stesso al nobile Guglielmo di Plaisans, milite del re che era giunto fin là su incarico dei commissari predetti, secondo quanto affermarono i commissari, per parlare con detto Maestro, che lui apprezzava e stimava in quanto soldato anche lui e perché, come affermato dallo stesso Guglielmo, provvedeva di non rimproverarlo o perdere senza motivo alcuno. Il Maestro quindi disse che se non avesse pensato bene alla difesa si sarebbe impiccato con le sue mani stesse, quindi doveva riflettere, e supplicò i commissari di lasciare a lui tempo fino a venerdì per questa riflessione, e i commissari concessero questo, anche dando a lui più tempo qualora lo avesse domandato. Quindi disposero, qualora non vi fosse alcuno che volesse impedire la comparizione del Maestro, ma non si era presentato nessuno, che fosse prorogato in modo benigno il termine di comparizione stessa fino al giovedì mattino dalle sei alle sette, non revocando quindi la dilazione concessa al Maestro, ma procedendo nel frattempo ad altre faccende inerenti il processo stesso, come conviene in questi casi. Quindi, il venerdì prima della festività del beato Andrea, i commissari si riunirono nella camera suddetta, e fratello Jacobus de Molayo, Gran Maestro dell'Ordine del Tempio, che il mercoledì scorso aveva fatto richiesta di poter riflettere fino ad oggi in merito alla difesa, fu portato alla presenza dei commissari stessi, che ringraziò per la dilazione concessa e per l'ulteriore dilazione che avrebbero concesso qualora egli ne avesse fatto richiesta. Posero quindi una briglia sul suo collo e si accinsero ad ascoltarlo. Il Maestro disse che lui era solo un soldato ed un illetterato povero, e che non poteva, nello stato in cui era, difendere l'Ordine. I commissari richiesero allora espressamente se il Maestro voleva difendere l'Ordine in altro modo, egli disse di no, ma che sarebbe andato alla presenza del Papa, quando al Papa piacesse, implorando i signori commissari che essendo lui come tutti gli uomini un semplice mortale, e che disponeva soltanto del tempo presente, che i commissari informassero il Papa di poter venire in sua presenza al più presto, per dire al Papa stesso che sia Lode a Cristo e alla Chiesa. I commissari dissero che non si intromettevano in merito a persone singole ma all'Ordine tutto, e chiesero se non dovessero proseguire nel processo apostolico stabilito dal Papa, ed il Maestro rispose che dovevano proseguire in modo buono in detto processo. Dopo ciò, il Maestro disse che voleva esporre tre argomenti, per il sollevamento della propria coscienza, ai signori commissari. Primo argomento era che il Maestro non conosceva nessun'altra religione che avesse cappelle e reliquie più belle di quella cristiana, ad eccezione delle spoglie cattedrali. Il secondo argomento era che il Maestro non conosceva nessun'altra religione nella quale vi fossero più elemosine e atti di carità come nella loro; difatti in tutte le Case dell'Ordine si faceva elemosina tre volte la settimana. Il terzo argomento era  che detto Maestro non conosceva nessun'altra religione nè altri popoli che in difesa della fede cristiana dessero la loro vita contro il nemico della stessa fede, né che spargessero tanto sangue e che fossero messi in dubbio dai nemici della fede cattolica; raccontò che il conte Atrabatense, quando morì in battaglia nelle terre di Oltremare, volle che i Templari si trovassero in prima linea nella sua battaglia, e se invece avesse dato ascolto all'allora Maestro del Tempio, sia lui che lo stesso Maestro non sarebbero morti, ma era certo che il conte aveva fatto questo a fin di bene, a difesa della fede cristiana. I signori commissari replicavano che comunque queste argomentazioni non portavano alla salvezza delle anime, in quanto mancava il fondamento della fede cattolica. Ma il Maestro ribatté che questo era vero, ma che egli stesso credeva in un solo Dio, nella Trinità e negli altri conosciuti principi della fede cattolica, che esisteva un solo battesimo, una sola Chiesa e che quando era giunto il momento della morte e l'anima si separava dal corpo, ognuno avrebbe conosciuto la verità sull'altro e su se stesso. Detto ciò, intervenne il cancelliere regio Guglielmo di Nogaret, e disse che il Maestro non aveva altro modo di difendere l'Ordine dalle altre accuse mosse, che giacevano negli atti e nelle cronache a San Dionisio, e che risultava che lo stesso Maestro e gli altri Dignitari dell'Ordine avevano reso omaggio a Saladino, sultano di Babilonia, e che lo stesso Saladino aveva detto che i Templari erano dediti a ciò che era sodomia e violavano la loro legge e la loro fede. Il Maestro disse che era molto meravigliato da ciò che udiva, in quanto esso ed altri fratelli soldato dell'Ordine avevano ben combattuto il Saladino e i suoi Saraceni e che mai si era mostrato accondiscendente verso Saladino e mai aveva lui reso omaggio o vi si era riappacificato; ma il commissario regio aggiunse che altri Templari avevano detto che era vero, in quanto non potevano essere difese le fortezze e le magioni presenti  in Oltremare, in quanto circondate dagli stessi Saraceni e non giungevano rinforzi o vettovaglie dal re di Inghilterra. Il Maestro ascoltò in silenzio e per tutta risposta chiese che potesse ascoltare messa, avere una sua cappella e dei cappellani. I commissari, lodando la sua devozione, concessero tutto ciò al Maestro. Dopo di tutto questo, il lunedì  2 marzo i predetti signori commissari si riunirono di nuovo nell'aula e furono condotti alla loro presenza alcuni fratelli della Casa di Parigi dell'Ordine affinché venissero ascoltati perchè difendessero l'Ordine. I fratelli risposero nel modo seguente: il fratello Johannes de Turno, tesoriere del Tempio, rispose che nella situazione in cui si trovava, non poteva né voleva difendere il detto Ordine; il fratello Guglielmo de Arteblayo, già elemosiniere del Re, disse che non aveva alcunché da dire a difesa dell'Ordine; il fratello Filippo Agate disse che non era in grado né voleva difendere l'Ordine; il fratello Baldovino di San Giusto disse che non voleva difendere detto Ordine; di nuovo interrogato, il fratello Jacobus de Molayo, soldato e Gran Maestro del Tempio, se volesse difendere l'Ordine, rispose che tale cosa era riservata al Papa, e perciò supplicava i signori commissari che lo lasciassero libero di non parlare se non alla presenza del Papa e solo allora avrebbe detto ciò che riteneva necessario dire. I signori commissari replicarono che contro il singolo nulla potevano, ma dovevano proseguire nel processo all'Ordine nella sua interezza. Il Maestro chiese allora ai signori commissari che scrivessero al Papa affinché venissero convocati lui e gli altri, alla sua presenza, e i commissari risposero che lo avrebbero fatto il più presto possibile".

"Nel nome di Cristo, amen. Siano resi edotti tutti per questo pubblico presente atto che nell'anno del Signore 1307, indizione sesta, mese di novembre, anno secondo del pontificato di santo padre Clemente V, Papa per provvidenza divina, per quanto in proposito del religioso uomo Guglielmo de Parisius, dell'Ordine dei Predicatori, inquisitore nominato all'Eretica Pravità e deputato a ciò nel regno di Francia per autorità apostolica, nella Casa della Milizia del Tempio di Parigi per indagare contro ogni persona ivi esistente a lui denunciata per tale eretico crimine, alla presenza dei nostri pubblici notai, il fratello Jacobus de Molayo, Gran Maestro della Milizia dell'Ordine del Tempio, avendo giurato sul Vangelo a lui presentato e dallo stesso toccato, di dire in difesa di sè e degli altri nell'interesse della fede cattolica, piena e totale verità, e interrogato sul tempo e sul modo della sua accettazione nell'Ordine, rispose sotto giuramento che sono passati 42 anni da quando fu accolto presso la Milizia dell'Ordine del Tempio, dal fratello Umberto de Parado, milite e dei fratelli Amalrico de Ruppe e di molto altri fratelli di cui ora non ricorda il nome. Il Maestro disse sotto giuramento che dopo molte promesse che doveva rispettare e osservare, fra cui gli Statuti dell'Ordine, gli misero un mantello legato al collo e che gli fu recato avanti una croce in bronzo, nella quale c'era la figura del crocefisso, e che gli viene ordinato di rinnegare Cristo la cui immagine era lì, e che gli fu ordinato di sputare sopra l'immagine, ma lui sputò per terra. Interrogato su quante volte gli fu ordinato di sputare, egli rispose che sputò solo una volta, e a terra. Interrogato sul voto di castità, e se fosse disposto ad avere rapporti carnali con gli altri fratelli, rispose sotto giuramento che non lo fece mai, nè mai ebbe rapporti carnali con gli altri fratelli; richiesto sotto giuramento se altri fratelli dell'Ordine venissero accolti con tali modalità, disse che non fu fatto ad altri quello che non fu fatto a lui, e rispose che comunque furono pochi. Tuttavia aggiunse, sempre sotto giuramento, che dopo aver accolto coloro che egli nominò, li consigliava di farsi da parte e fare ciò che dovevano; richiesto se avesse detto qualcosa di non vero nella sua deposizione per torture e per la paura del carcere o di violenze, rispose di no, ma disse di aver detto la verità per la salvezza della sua anima..."

Breve commento

E' con commozione vera che invitiamo tutti a riflettere su quello che hanno appena letto. Jacques de Molay era un soldato, non un politico. E sapeva che altri suoi fratelli erano sotto tortura in varie prigioni dell'Inquisizione perché dicessero anche quello che non era vero. Lui parlò e disse cose non vere come suggeritogli dal Nogaret in quanto gli fu promessa l'immunità non sua ma quella dei suoi fratelli e che avrebbe avuto un colloquio con il Papa, ma nessuna di queste promesse fu mantenuta. E mentre lui languiva poi in attesa di sentenza, 54 suoi fratelli del Tempio venivano giustiziati mediante rogo sulle rive della Senna su ordine del Marigny. E questo scatenò poi la sua reazione, che lo portò a gridare l'innocenza dell'Ordine e sua. E fu considerato "relapso" cioè mentitore, perché se avesse confermato quanto deposto avrebbe avuto salva la vita, ma se avesse ritrattato, anche dicendo la verità, avrebbe fatto la fine dei suoi fratelli. Egli così scelse questa seconda via, la morte arso vivo a fuoco lento sul rogo, in nome di una verità e di una giustizia incontrovertibili, quella del Credo in Cristo e per tutti coloro che in Palestina lasciarono la loro vita ed il loro sangue nel nome del Figlio dell'Uomo.